Intrecciare il vuoto – Corpo, memoria e frattura nelle installazioni di Chiharu Shiota
Entrare in uno spazio invaso da fili rossi significa attraversare un pensiero. Non un ambiente allestito, ma una condizione mentale resa materia. Le installazioni di Chiharu Shiota non si limitano a occupare l’architettura: la riscrivono, la avvolgono, la mettono in tensione fino a trasformarla in proiezione tridimensionale dell’interiorità.
L’occasione per immergersi in questa dimensione è la grande mostra The Soul Trembles, ospitata al MAO – Museo d’Arte Orientale di Torino. La retrospettiva, la prima di ampia portata in Italia dedicata all’artista giapponese, raccoglie installazioni monumentali, lavori su carta, fotografie e sculture che ripercorrono oltre vent’anni di ricerca. Il titolo – «L’anima trema» – sintetizza il cuore della sua poetica: un’arte che nasce da una vibrazione interiore e prende forma attraverso la ripetizione del gesto e la costruzione di trame complesse.
Nell’installazione che accoglie il visitatore, una rete sospesa, densa e irregolare, scende dall’alto come un organismo vivo. Il rosso domina. Non è un colore decorativo, né un semplice elemento cromatico di forte presa visiva: richiama il sangue, la vita, la vulnerabilità. Tra le colonne dello spazio espositivo si dispiega un sistema di fili che sembrano vibrare, collegando frammenti sparsi di un corpo – gambe in bronzo adagiate al suolo – a una struttura sospesa che incombe e protegge allo stesso tempo.
Il testo che accompagna l’opera chiarisce la matrice concettuale: mente e corpo che si separano, emozioni che sfuggono al controllo, fili che si intrecciano, si spezzano, si sciolgono. Non è una metafora generica. Shiota lavora spesso a partire da esperienze legate alla memoria, alla malattia, alla fragilità dell’identità. La dimensione autobiografica non è mai esibita in modo narrativo, ma filtrata attraverso un processo di astrazione spaziale.
Shiota disegna nello spazio. Il filo diventa linea, ma una linea che non resta sul piano: si espande, si sovrappone, crea densità e trasparenze, genera una topografia emotiva. Avvicinandosi, si percepisce l’irregolarità dei nodi, la ripetizione ossessiva del gesto, la fatica accumulata in ogni intreccio. Migliaia di metri vengono annodati manualmente, spesso con l’aiuto di assistenti, in un’azione che ha qualcosa di rituale. Legare, collegare, avvolgere: il gesto ripetuto diventa una forma di meditazione attiva, ma anche una pratica che traduce l’insistenza del pensiero.
La presenza dei frammenti anatomici introduce una tensione ulteriore. Il corpo non è rappresentato nella sua interezza: è smembrato, separato, disperso sul pavimento. Non si tratta di una violenza spettacolare, ma di una visualizzazione della dissociazione. Ridotto a parti autonome, sembra perdere la propria unità, mentre i fili sospesi alludono a un tentativo di ricomposizione – come se l’identità fratturata cercasse coerenza attraverso un sistema di connessioni invisibili.
Questa dialettica tra frammentazione e legame è uno dei nuclei più forti della sua ricerca. Il filo collega, ma può anche imprigionare. Tiene insieme, ma crea vincoli. Rappresenta la rete dei rapporti umani – intrecciati, complicati, soggetti a rotture improvvise – e al tempo stesso la struttura mentale che tenta di ordinare il caos delle emozioni.
Le installazioni di Shiota non possono essere separate dal contesto architettonico che le accoglie. Colonne, soffitti, pareti diventano punti d’ancoraggio per una struttura che cresce come una membrana interna. Lo spazio non è più neutro: viene attraversato, saturato, trasformato in un ambiente immersivo. Camminare tra i fili significa sostare dentro un conflitto.
L’esperienza è fisica prima ancora che concettuale. Il colore avvolge la vista, la densità dei fili altera la percezione della profondità, le ombre proiettate sulle pareti moltiplicano le linee e creano una vibrazione costante. Solo dopo emerge la consapevolezza del significato: quel groviglio non è caos, ma mappa.
La scelta di oggetti concreti – nel suo percorso compaiono spesso letti, sedie, abiti, barche – risponde alla necessità di ancorare l’astrazione a qualcosa di riconoscibile. I frammenti anatomici sono il punto più diretto e disarmante di questo percorso. Il corpo diventa reliquia, traccia, resto: non coincide più con la totalità dell’essere, ma con la sua dispersione. Esporre l’interiorità significa smontarla, sezionarla, trasformarla in materia.
Il lavoro di Shiota dialoga con una tradizione contemporanea che ha messo in discussione l’integrità del corpo e dell’identità, ma se ne distingue per l’assenza di compiacimento. La fragilità viene mostrata con una sorta di pudore strutturale: il filo, pur nella sua densità, resta leggero, vulnerabile. Non impone, avvolge.
Ed è nella sua stessa densità che il vuoto diventa percepibile. Le zone non occupate acquistano rilievo proprio grazie alla presenza insistente della trama. L’opera vive in questa tensione tra pieno e assenza, tra presenza e mancanza, e in quella tensione, per un momento, l’anima sembra davvero tremare.
Marco Mattiuzzi
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