Anche durante una vacanza, la mia frequentazione degli eventi artistici non si interrompe. Cambiano il paesaggio, le abitudini e il ritmo delle giornate, ma resta il desiderio di entrare in uno spazio espositivo, osservare opere nuove e confrontarmi con sensibilità differenti.
Forse è proprio lontano dai luoghi consueti che lo sguardo diventa più ricettivo. La distanza dalle occupazioni quotidiane permette di soffermarsi maggiormente sui dettagli, sui colori e sulle presenze incontrate. L’arte non rappresenta allora una parentesi nella vacanza, ma una sua naturale prosecuzione.
È accaduto anche a Falcade, dove sabato 18 luglio ho partecipato all’inaugurazione di Dialoghi visivi: Figurazione e Astrazione, mostra ospitata presso la sede dell’Associazione Nazionale Alpini, in via del Mercato 13, e visitabile fino al 31 luglio 2026.
A esporre sono Lucio Groja e Marilena Simionato, due artisti che percorrono strade molto diverse. Il titolo individua con chiarezza il carattere dell’incontro: da una parte la figura umana, il volto e il paesaggio; dall’altra la materia, il frammento e la sperimentazione. Le due ricerche non vengono ricondotte a una sintesi forzata, ma poste l’una accanto all’altra affinché siano le differenze a generare il dialogo.
Per me questa esposizione possiede anche un significato personale. Lucio è un amico di lunga data, conosciuto dapprima da mio padre, anch’egli pittore, durante i suoi soggiorni a Falcade, paese natale di nostra nonna paterna. Tornare qui significa quindi ritrovare non soltanto un luogo di villeggiatura, ma una parte della memoria familiare.
Visitare la mostra ha riunito così diversi elementi della mia esperienza: l’amicizia, la pittura, il ricordo di mio padre e il legame con un territorio che appartiene alla storia della mia famiglia.
Lucio Groja: l’essere umano oltre l’apparenza
La pittura di Lucio Groja conserva un rapporto profondo con la figura umana, senza mai ridursi alla semplice riproduzione delle sembianze. I suoi personaggi non sono definiti soltanto dai lineamenti, dall’anatomia o dall’abbigliamento. Sembrano piuttosto il risultato di ciò che hanno attraversato.
Nei volti, nelle posture e nei corpi affiorano esperienze, fatiche, desideri e resistenze. Groja non cerca una bellezza levigata o rassicurante. Il suo segno è crudo, energico, talvolta duro, quasi scolpito nella materia pittorica. Il colore non ricopre le figure per abbellirle, ma le costruisce attraverso contrasti, spessori e incisioni visive.
Le forme appaiono a volte non completamente definite sul piano esteriore, ma proprio questa irregolarità rende più evidente la dimensione interiore. Il volto non coincide con una fisionomia anagrafica e il corpo non viene trattato come un semplice esercizio anatomico. Ciò che emerge è il vissuto, il deposito lasciato dal tempo sulla persona.
Questo aspetto risulta particolarmente evidente nel grande nudo femminile disteso. La figura occupa lo spazio con una presenza decisa, priva di ogni compiacimento. La postura raccolta, il peso degli arti e la concretezza della carne sottraggono il corpo a qualsiasi idealizzazione.
La nudità non appare come esibizione, ma come esposizione della vulnerabilità. Il corpo è mostrato senza correzioni, con le sue pieghe, la sua consistenza e la fatica suggerita dalla posizione. Groja sembra considerarlo un archivio dell’esistenza, una superficie sulla quale l’esperienza ha lasciato segni difficili da cancellare.
Una tensione diversa attraversa il dipinto con la donna seduta in poltrona e la figura alle sue spalle. La prima occupa lo spazio con una presenza ferma, quasi resistente; la seconda appare più esitante, sospesa in un gesto ambiguo.
Il rapporto tra le due non viene chiarito. Potrebbero essere unite da un legame familiare o affettivo, ma potrebbero anche rappresentare due età, due condizioni interiori o due aspetti della stessa identità. La scena resta aperta e invita chi osserva a costruire una possibile storia.
È questa una delle qualità più interessanti della pittura di Groja: la capacità di suggerire una narrazione senza illustrarla completamente. Le figure sembrano provenire da un prima che non conosciamo e dirigersi verso un dopo che rimane fuori dalla tela.
L’autoritratto e il senso dell’appartenenza
Tra le opere esposte assume un rilievo particolare l’autoritratto ambientato nel paesaggio montano. Groja si rappresenta frontalmente, accanto a un cane di famiglia, con abiti quotidiani, una borsa in mano e il caratteristico fazzoletto rosso.
L’artista non compare nello studio, circondato da pennelli e tele, ma all’interno di un ambiente vissuto. La scelta non è secondaria: egli si presenta prima di tutto come uomo inserito in un territorio.
Il fazzoletto rosso, decorato con motivi legati ai costumi contadini locali, è un oggetto che Groja porta abitualmente con sé. È divenuto nel tempo un tratto riconoscibile della sua persona, quasi un marchio distintivo. Nel dipinto non svolge dunque soltanto una funzione cromatica, ma assume il valore di un segno identitario.
Il suo significato nasce dal rapporto con la cultura montana. Non è un elemento folcloristico aggiunto alla composizione per caratterizzarla, bensì qualcosa che appartiene realmente alla quotidianità dell’artista. Attraverso quel dettaglio, l’identità individuale si collega a quella della comunità e del territorio.
Accanto a lui compare il cane che Groja considera il proprio migliore amico. La sua presenza introduce una dimensione affettiva precisa. L’animale non serve a riempire lo spazio, ma richiama la fedeltà, la fiducia e la costanza della compagnia.
Seduto accanto all’uomo, stabilisce con lui una relazione silenziosa. Non occorre un gesto esplicito per rendere percepibile il legame: bastano la vicinanza e l’orientamento dell’animale verso la figura.
Anche il paesaggio partecipa alla costruzione autobiografica. La montagna non funge da semplice sfondo, ma da luogo nel quale l’artista si riconosce. Il fazzoletto, il cane, la borsa e il territorio concorrono a restituire un’identità priva di retorica, fondata sulle presenze e sugli oggetti della vita quotidiana.
Groja non costruisce un’immagine celebrativa del pittore. Si rappresenta attraverso ciò che lo accompagna e attraverso il luogo al quale sente di appartenere.
Marilena Simionato: la materia come ricerca
Marilena Simionato percorre una strada profondamente diversa. La sua ricerca si fonda sull’astrazione, sulla materia e sulla sperimentazione tecnica.
Le opere colpiscono per la modernità del linguaggio e per il desiderio di esplorare nuove possibilità espressive. Carte, garze, tessuti, cartoni, frammenti fotografici, ritagli tipografici e superfici dipinte vengono accostati, sovrapposti e trasformati.
Il supporto non è una base passiva. Diventa parte attiva dell’opera, con la propria consistenza, le proprie imperfezioni e la propria storia. I bordi irregolari, gli strappi, le fibre e le pieghe non vengono nascosti, ma integrati nella composizione.
Simionato sembra interrogare ogni materiale per comprenderne le possibilità. La pittura si avvicina così all’assemblaggio, all’oggetto e al reperto. Un cartone consumato, una garza o una pagina stampata conservano parte della loro identità originaria, ma vengono inseriti in una struttura nuova.
La materia non perde del tutto la memoria della propria provenienza. Continua ad affiorare attraverso gli strati, creando superfici nelle quali ciò che è stato coperto non scompare completamente.
In alcune composizioni, le forme richiamano mappe, architetture viste dall’alto o paesaggi urbani frammentati. Campiture blu, verdi, nere, rosse e arancioni si incontrano lungo margini irregolari, suggerendo percorsi che lo sguardo può seguire senza approdare a una lettura unica.
In altri lavori prevalgono invece carte più sottili, tessuti e trasparenze. Qui il rapporto tra ciò che viene mostrato e ciò che rimane nascosto diventa centrale. Ogni strato modifica il precedente, ma ne lascia emergere qualche traccia.
Talvolta compaiono numeri, parole o piccoli frammenti figurativi. Non sono chiavi interpretative, ma residui di narrazioni interrotte. Sembrano provenire da un contesto precedente e, una volta incorporati nell’opera, acquistano una funzione nuova.
La sperimentazione di Simionato non appare fine a se stessa. Dietro la varietà dei procedimenti si riconosce una ricerca coerente sulla trasformazione e sulla possibilità di attribuire una seconda vita a materiali consumati, dimenticati o privati della loro funzione originaria.
Ogni lavoro conserva qualcosa del processo che lo ha generato. Non si presenta come una soluzione definitiva, ma come una tappa di una ricerca ancora aperta.
Figurazione e astrazione
Le opere di Groja e Simionato sembrano appartenere a territori opposti, ma condividono alcune domande.
Groja cerca nell’essere umano ciò che l’apparenza non riesce a mostrare interamente. Simionato esplora la materia per scoprire quali memorie e quali possibilità possano emergere dalle sue trasformazioni.
Nel primo, l’esperienza si deposita sui corpi e sui volti. Nella seconda, si concentra negli strappi, negli strati e nelle superfici. Da una parte il vissuto diventa figura; dall’altra diventa materia.
Il dialogo suggerito dal titolo non nasce quindi dalla somiglianza, ma dalla capacità dei due linguaggi di interrogare, con strumenti differenti, ciò che il tempo lascia dietro di sé.
Anche l’allestimento nella sede dell’Associazione Nazionale Alpini contribuisce a questo confronto. Le pareti lignee stabiliscono una relazione efficace con le opere materiche di Simionato e con la dimensione montana che attraversa alcuni dipinti di Groja.
Lo spazio non agisce come un contenitore neutro. Radica la mostra nel territorio e restituisce le opere a un luogo frequentato dalla comunità.
Una continuità personale
Dialoghi visivi: Figurazione e Astrazione mette a confronto due modi differenti di osservare e trasformare la realtà. Groja parte dalla figura umana e dalla concretezza del paesaggio; Simionato dalla libertà dei materiali e dalla possibilità di combinarli secondo equilibri sempre nuovi.
Per me, partecipare all’inaugurazione ha significato anche ritrovare una continuità personale. Falcade è il paese natale di mia nonna paterna, il luogo frequentato da mio padre durante i suoi soggiorni e quello nel quale nacque la sua conoscenza con Lucio.
La vacanza non ha quindi sospeso il rapporto con l’arte. Lo ha riportato in un luogo nel quale pittura, amicizia e memoria familiare hanno potuto incontrarsi con particolare naturalezza.
Forse è proprio questo uno dei valori più autentici di una mostra: non soltanto offrire opere da osservare, ma creare relazioni tra immagini, persone e luoghi.
A Falcade, il dialogo tra la figurazione di Groja e la ricerca materica di Simionato ha trovato una forma concreta. Allo spettatore non viene chiesto di scegliere tra due linguaggi, ma di attraversarli entrambi, riconoscendo in ciascuno una diversa possibilità di raccontare l’esperienza.
Marco Mattiuzzi 2026






