DIRITTI A PERDERE: Forse è arrivato il momento di ripensare il patto sociale.

Chi ha scelto la violenza come mestiere deve ancora godere in automatico delle garanzie della società che disprezza?

C’è una parola che amiamo ripetere come un mantra, con tono solenne e occhi umidi: “diritti”. Li consideriamo il fondamento della nostra civiltà, un’eredità nobile e intoccabile. Ma a furia di proclamarli sacri, abbiamo smesso di chiederci chi li meriti davvero. O meglio: se debbano spettare anche a chi li ha sistematicamente calpestati.

Siamo talmente assuefatti all’idea di “diritto incondizionato” da non notare più l’assurdità che si consuma sotto i nostri occhi: lo Stato garantisce dignità, tutela e possibilità anche a chi della dignità altrui ha fatto carne di macello.

Il delinquente seriale, lo stupratore recidivo, il picchiatore abituale – per l’ordinamento restano, in tutto e per tutto, cittadini da proteggere. Come chi lavora onestamente, come chi paga le tasse, come chi magari da quelle stesse persone è stato rovinato. C’è qualcosa che non torna.


Il crimine come scelta, non come scivolone

Attenzione: qui non si parla di chi ha sbagliato una volta, di chi ha deviato e poi cercato redenzione. Il problema nasce quando la violenza non è più un’eccezione, ma una scelta. Quando il crimine diventa identità. Quando lo Stato non è più il garante della giustizia, ma il complice – inconsapevole o pavido – di chi lo usa come scudo.

Davanti a questi casi, la domanda non è come punire. È più profonda: può dirsi ancora parte della comunità chi ha scelto consapevolmente di distruggerla? E soprattutto: quella comunità è obbligata a offrirgli tutto ciò che garantisce a chi la rispetta?


L’equivoco del diritto automatico

C’è un equivoco culturale, prima ancora che giuridico: trattare i diritti come una dotazione permanente, indifferente al comportamento. Come se fossero un accessorio identitario, tipo il codice fiscale: lo hai, punto. Invece ogni diritto implica un patto. Ogni tutela presuppone un’assunzione di responsabilità.

Se questo legame si spezza, se l’individuo si pone fuori dal patto sociale, perché mai dovrebbe continuare a beneficiarne? Non per vendetta, ma per coerenza. Perché se la società deve riconoscere qualcosa a qualcuno, deve anche poterne pretendere qualcosa in cambio.


Il falso mito della rieducazione senza limiti

Ci diciamo garantisti, riformatori, progressisti. Ma intanto i dati raccontano di carceri dove non si rinasce, si marcisce. Di misure alternative usate come scappatoie, non come progetti. Di condanne che sembrano più premure che punizioni. La verità è che abbiamo abdicato a qualsiasi idea di reciprocità.

La rieducazione è una possibilità, certo. Ma non può essere una scusa universale. Se manca la volontà di cambiare, se il crimine è reiterato, se la violenza è diventata linguaggio… allora rieducare chi? E perché, soprattutto, continuare a garantirgli tutto?


Il patto va riscritto

La domanda è politica, ma prima ancora morale: una società ha il diritto di difendersi da chi la distrugge dall’interno? O deve continuare a tendere l’altra guancia, fino a smettere di avere una faccia?

Non si tratta di negare i diritti tout court. Ma forse di immaginare un principio semplice: chi si pone fuori dal patto, ne sospende anche i benefici. Non in modo arbitrario, ma secondo criteri chiari: reiterazione, gravità, rifiuto della responsabilità.

Non è crudeltà. È responsabilità. È l’idea che la cittadinanza non è un’etichetta, ma una relazione. Che il rispetto va in due direzioni. E che uno Stato che protegge tutti indiscriminatamente, spesso finisce per proteggere soprattutto chi lo distrugge.


Giustizia o sudditanza?

Forse è tempo di uscire dal paradosso. Di dire che no, chi abbraccia la violenza come destino, chi disprezza la convivenza civile, non può continuare a godere in automatico dei diritti costruiti proprio per tutelare quella convivenza.

Forse è tempo di chiederci se la civiltà si difende con le mani legate. O se ha ancora il coraggio di guardare in faccia chi la tradisce e dirgli: no, così non funziona. Se rompi il patto, ne accetti anche le conseguenze.

Forse è troppo?

O forse – troppo a lungo – abbiamo chiesto troppo poco.

Marco Mattiuzzi

By Marco Mattiuzzi

Artista poliedrico, ex docente e divulgatore, ha dedicato anni all'arte e alla comunicazione. Ha insegnato chitarra classica, esposto foto e scritto su riviste. Nel settore librario, ha promosso fotografia e arte tramite la HF Distribuzione, azienda specializzata nella vendita per corrispondenza. Attualmente è titolare della CYBERSPAZIO WEB & STREAMING HOSTING. Nel 2018 ha creato il gruppo Facebook "Pillole d'Arte" con oltre 65.000 iscritti e gestisce CYBERSPAZIO WEB RADIO dedicata alla musica classica. Collabora con diverse organizzazioni culturali a Vercelli, tra cui Amici dei Musei e Artes Liberales.
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