Ci sono questioni sulle quali la politica ama procedere con cautela. Talvolta così tanta cautela da restare immobile. Il fine vita appartiene ormai a questa categoria: se ne discute da anni, intervengono i tribunali, si pronuncia la Corte costituzionale, le Regioni tentano di disciplinare le procedure e il Parlamento continua a cercare una soluzione capace di non scontentare nessuno. Metodo ingegnoso, se non fosse che nel frattempo le persone si ammalano, soffrono e muoiono.
Il 23 giugno la Corte costituzionale è tornata a occuparsi del suicidio medicalmente assistito, discutendo nuovamente il requisito dei trattamenti di sostegno vitale. Parallelamente, al Senato prosegue l’esame dei disegni di legge sulla morte volontaria medicalmente assistita. La materia, dunque, non è più soltanto filosofica: si trova nelle aule giudiziarie e parlamentari, dove le parole devono prima o poi trasformarsi in norme, procedure e responsabilità.
La parola che domina il confronto è, prevedibilmente, “diritto”.
Diritto di scegliere come e quando terminare la propria vita. Diritto a non essere condannati a una sofferenza ritenuta insopportabile. Diritto all’autodeterminazione. Dall’altra parte, diritto alla cura, alla protezione e a non ricevere dalla società il messaggio, magari pronunciato con impeccabile delicatezza, che morire possa essere la soluzione più ragionevole quando vivere diventa costoso, faticoso o dipendente dagli altri.
Il conflitto non oppone semplicemente moderni e arretrati, pietosi e crudeli, credenti e non credenti. Una rappresentazione simile sarebbe comoda, ma servirebbe soprattutto a evitare le domande difficili.
La prima è questa: quando una possibilità viene riconosciuta come diritto, continua a riguardare soltanto l’individuo?
Apparentemente sì. La vita è sua, il corpo è suo, il dolore è suo. Ma l’atto finale richiede spesso il coinvolgimento di medici, strutture sanitarie, commissioni, farmaci, verifiche e procedure pubbliche. Lo Stato deve stabilire chi possa accedere alla morte assistita, in quali condizioni, con quali garanzie e attraverso l’intervento di chi.
La decisione resta personale; il dispositivo necessario a realizzarla diventa collettivo.
È qui che la parola “diritto” mostra la propria complessità. Non descrive soltanto una libertà. Crea anche obblighi, responsabilità e limiti per gli altri. Se una facoltà viene riconosciuta dall’ordinamento, qualcuno deve valutarla, garantirla oppure spiegare perché, in quel caso, non possa essere esercitata.
Non basta quindi pronunciare la formula “liberi di scegliere”. Occorre decidere che cosa renda una scelta davvero libera.
Lo è quella compiuta da una persona affetta da una malattia irreversibile e pienamente capace di intendere? Probabilmente molti risponderebbero di sì. Ma quanto pesa la depressione? Quanto incide la solitudine? Quanto conta la mancanza di assistenza domiciliare? E quanto è autonoma una decisione maturata dentro una società che celebra l’indipendenza e considera spesso la dipendenza dagli altri una specie di difetto personale?
La libertà non vive nel vuoto. Vive dentro condizioni economiche, familiari e sanitarie molto concrete.
Una persona ben assistita, circondata da affetti e sostenuta da cure palliative efficaci potrebbe decidere diversamente dalla stessa persona lasciata per mesi in una stanza, affidata a familiari esausti e costretta a sentirsi un peso. In entrambi i casi potremmo registrare formalmente una volontà. Ma non necessariamente la medesima libertà.
Ciò non significa che chi soffre debba essere obbligato a continuare a vivere per soddisfare la morale degli altri. Significa che una società seria non dovrebbe offrire il diritto di morire prima di avere garantito condizioni dignitose per vivere.
Altrimenti l’autodeterminazione rischia di assumere una forma singolare: scegli liberamente, purché tu scelga tra le poche possibilità che siamo stati disposti a lasciarti.
Anche la posizione opposta, tuttavia, presenta le proprie contraddizioni. Difendere la vita come valore assoluto può trasformarsi nella pretesa di imporre a un’altra persona una sofferenza che chi decide non dovrà sopportare. È relativamente semplice proclamare l’indisponibilità della vita quando il dolore appartiene a un altro corpo.
Il fine vita obbliga dunque a osservare due forme di potere. Quello dello Stato che impedisce a una persona di porre termine a un’esistenza divenuta intollerabile e quello di una società che, riconoscendo la morte assistita, potrebbe lentamente trasformarla da possibilità estrema in soluzione ordinaria della fragilità.
Le leggi non nascono fuori dal tempo. Traducono l’etica prevalente di una società in un determinato momento. Ciò che ieri era reato può diventare oggi una facoltà protetta. Ciò che oggi viene chiamato conquista potrebbe essere giudicato con orrore tra cinquant’anni.
I nostri discendenti potrebbero accusarci di aver costretto persone lucide e sofferenti a restare in vita contro la propria volontà. Oppure potrebbero domandarsi come abbiamo potuto affidare alla medicina, nata per curare, anche il compito di accompagnare intenzionalmente alla morte. Potrebbero considerare entrambe le posizioni rozze, figlie di un’epoca incapace di offrire risposte che ancora non riusciamo a immaginare.
Nessuna generazione possiede il certificato definitivo della giustizia. Possiede soltanto leggi provvisorie, convinzioni abbastanza diffuse e il potere necessario per tradurle in norme.
Per questo il Parlamento non dovrebbe nascondersi indefinitamente dietro i giudici. La Corte costituzionale può indicare limiti, correggere contraddizioni e valutare la compatibilità delle norme con la Carta. Non può sostituire per sempre la responsabilità politica di stabilire procedure chiare e garanzie uniformi. La stessa successione delle pronunce e il protrarsi dell’esame parlamentare mostrano una materia ancora in assestamento.
La legge sul fine vita, qualunque forma assuma, non risolverà il mistero della morte e non stabilirà una volta per tutte che cosa sia giusto. Potrà soltanto decidere quali possibilità riconoscere oggi, a quali condizioni e con quali cautele.
Forse la domanda più onesta non è se esista un diritto di morire.
È se abbiamo costruito una società nella quale la scelta tra vivere e morire possa essere davvero una scelta, e non l’ultimo bilancio compilato dalla solitudine.
Marco Mattiuzzi 2026






