Nel mio ultimo giorno a Venezia, sabato scorso, sono tornato a cercare quei luoghi dove la città sembra ancora appartenere a chi la abita, e non soltanto a chi la attraversa in fretta, urtando tutto con lo sguardo già rivolto altrove. Ho i miei percorsi abituali, le calli che riconosco quasi per istinto, ma a Venezia ogni fedeltà richiede una piccola deviazione. Basta voltare l’angolo, seguire una lama di luce, lasciarsi chiamare da un ponte o da una finestra socchiusa, e la città cambia tono.
Nel sestiere di Castello mi sono imbattuto in un profumo di bucato.
Non era soltanto un odore. Era una presenza leggera, domestica, quasi infantile. Arrivava dall’alto, dai fili tesi tra una casa e l’altra, dove lenzuola, maglie, asciugamani, abiti comuni e indumenti più intimi ondeggiavano nell’aria limpida, come se il cielo fosse diventato per un momento una stanza aperta. Sopra le calli, tra muri scrostati, mattoni consumati, imposte verdi e finestre affacciate sul silenzio, quella biancheria stesa raccontava qualcosa di semplice eppure ormai raro: la possibilità di non vivere completamente nascosti.
Anni fa, più o meno in questa stessa zona, commentando una mia fotografia, scrissi che mi sarebbe piaciuto essere come quei panni stesi al vento. Forse cercavo proprio quella sensazione: lasciarsi attraversare dall’aria senza opporre resistenza, asciugare al sole le proprie ombre, restare sospesi tra una casa e l’altra senza appartenere del tutto né all’interno né alla strada. I panni stesi hanno questa grazia: sono cose umili, quotidiane, eppure riescono a trasformare una calle in una scena di teatro povero, in una festa senza musica, in una dichiarazione di vita.
A guardarli bene, quei fili raccontano una forma antica di comunità. Nelle grandi città metropolitane ognuno sembra chiuso nel perimetro della propria porta, come se l’esistenza finisse sullo zerbino e tutto ciò che accade fuori appartenesse a un mondo estraneo. Qui, invece, la strada diventa quasi un cortile condiviso. Il vicino non è soltanto una figura anonima oltre il muro, ma qualcuno con cui si divide l’aria, la luce, il filo che regge la biancheria, il piccolo rischio di mostrare qualcosa di sé.
C’è una fiducia discreta in quei panni esposti. Nessuna ostentazione, nessuna posa. Solo la naturalezza di una vita che non ha bisogno di nascondere ogni dettaglio per sentirsi al sicuro. Una camicia, un lenzuolo, un asciugamano, persino ciò che altrove verrebbe celato con imbarazzo, lì diventa parte del paesaggio, come i mattoni, i balconi fioriti, le barche ferme lungo il canale, le ombre che scivolano sui muri.
Forse è questo che mi commuove: l’idea che una città possa ancora respirare attraverso i suoi gesti minimi. Non i monumenti, non le facciate celebri, non le folle che cercano conferme fotografiche del proprio passaggio, ma un bucato steso al sole, una molletta colorata, un lenzuolo che si gonfia nel vento come una vela domestica.
In quel momento Venezia non mi è sembrata fragile soltanto per l’acqua, per il tempo, per la bellezza che tutti vogliono possedere almeno per un giorno. Mi è sembrata fragile perché custodisce ancora, in certe calli appartate, una forma di vicinanza che altrove abbiamo quasi dimenticato. Una vicinanza fatta di fili tesi, di finestre aperte, di confini meno rigidi tra il privato e il comune.
E mentre camminavo sotto quella piccola moltitudine sospesa, mi è tornato il desiderio di anni fa: essere anch’io, almeno per un istante, come quei panni al vento. Esposto senza vergogna, leggero senza essere vuoto, parte di una casa e insieme della strada, affidato a un filo sottile che non separa, ma unisce.
Marco Mattiuzzi 2026





