L’impero che non voleva sembrare impero
C’è un colonialismo che arriva con le navi, le bandiere, le compagnie commerciali, le mappe colorate nei salotti di Londra. E poi ce n’è un altro, più silenzioso nella percezione occidentale, che non attraversa oceani ma pianure, steppe, foreste, montagne. Non sbarca: avanza. Non fonda “colonie” oltremare: incorpora. Non sempre chiama dominio ciò che è dominio. Preferisce parole più confortevoli: protezione, sicurezza, civilizzazione, fratellanza, unità storica.
Il colonialismo russo appartiene a questa seconda famiglia. Ed è forse proprio per questo che, per molto tempo, è stato osservato con meno attenzione rispetto a quello britannico, francese, spagnolo o portoghese. L’Occidente ha imparato a riconoscere l’impero quando vede una nave attraccare in un porto lontano. Fa più fatica quando l’impero arriva a cavallo, su rotaia, con decreti amministrativi, deportazioni, russificazione, riscrittura dei nomi e delle memorie.
L’Impero britannico nacque e si sviluppò come sistema mondiale di colonie, protettorati e dipendenze, sostenuto dalla navigazione, dal commercio, dalle compagnie private e poi dallo Stato. La East India Company aprì stazioni commerciali in India già nel 1600; il dominio diretto britannico sul subcontinente, il Raj, durò dal 1858 fino all’indipendenza di India e Pakistan nel 1947. Era un impero con il mare davanti, le merci in stiva e la contabilità a fare da coscienza morale.
Quello russo, invece, ha avuto spesso la forma della continuità territoriale. Dal centro moscovita verso la Siberia, il Caucaso, l’Asia centrale, il Baltico, l’Ucraina, la Polonia, la Finlandia, la Bessarabia. Un’espansione che non appariva, almeno agli occhi di chi la compiva, come conquista di mondi esterni, ma come allargamento naturale di uno spazio destinato a diventare russo. Qui sta il trucco più efficace: se il territorio conquistato confina con te, puoi fingere che non sia colonia, ma periferia. E le periferie, si sa, non vengono liberate. Al massimo vengono amministrate meglio.
La Russia imperiale, formalmente nata nel 1721 con Pietro il Grande e terminata nel 1917 con l’abdicazione di Nicola II, non fu meno imperiale solo perché meno oceanica. La sua geografia fu diversa, non necessariamente più innocente. In Asia centrale, le conquiste zariste diedero ai Romanov il controllo di territori vastissimi e culturalmente molto diversi; tra i fattori dell’avanzata russa vi furono il richiamo della frontiera, l’ambizione militare, il timore dell’espansione britannica e la retorica imperialista dell’epoca.
Il confronto con l’Inghilterra è illuminante proprio perché mostra due modelli quasi opposti. Londra costruiva l’impero attraverso rotte, porti, compagnie, basi navali, amministrazioni separate. Mosca procedeva per assorbimento progressivo, trasformando l’esterno in interno. Il britannico poteva partire, almeno in teoria, lasciando dietro di sé un confine politico. Il russo tendeva a spostare il confine più avanti, e poi a dichiarare che quel nuovo spazio era sempre stato parte di una medesima storia.
Non è un caso che il cosiddetto “Grande Gioco”, la rivalità ottocentesca tra Impero britannico e Impero russo in Asia centrale, sia stato proprio uno scontro fra due paure imperiali. Londra temeva che la Russia si avvicinasse troppo all’India; Pietroburgo temeva l’influenza britannica oltre le sue frontiere meridionali. Due imperi si guardavano attraverso l’Afghanistan e l’Asia centrale come due ladri che si accusano reciprocamente di avere le mani troppo lunghe.
La differenza più insidiosa, però, riguarda il linguaggio. Il colonialismo britannico, per quanto abbia prodotto narrazioni autoassolutorie, è oggi riconosciuto come colonialismo. Nessuno, salvo nostalgici particolarmente allenati alla ginnastica della rimozione, può guardare all’India britannica, all’Africa coloniale o ai Caraibi senza usare quella categoria. Con la Russia il discorso si complica. Per decenni, l’impero russo e poi quello sovietico sono stati raccontati anche attraverso la lente dell’antifascismo, dell’anticapitalismo, della modernizzazione, della liberazione dei popoli oppressi. Il paradosso è notevole: un impero che si presentava come nemico dell’imperialismo.
Qui l’Ucraina diventa il caso più bruciante, ma anche il più delicato. Alcuni studiosi invitano a distinguere tra aree diverse dell’impero zarista: il concetto di colonialismo si applica in modo più diretto all’Asia centrale musulmana, mentre nel caso ucraino il rapporto con la Russia fu storicamente più intrecciato, più vicino, più ambiguo, e quindi meno assimilabile ai modelli coloniali classici. Proprio questa ambiguità, però, è parte del problema: quando la dominazione passa attraverso la negazione dell’identità separata, la parentela culturale può diventare uno strumento di possesso.
Dire “voi siete nostri fratelli” può suonare affettuoso. Ma può anche diventare una frase sinistra, se pronunciata con un carro armato sullo sfondo. Il colonialismo russo, nella sua forma più moderna, non sempre afferma: “Vi conquisteremo”. Più spesso suggerisce: “Non siete mai esistiti davvero senza di noi”. È una conquista della grammatica prima ancora che del territorio. Cancella il soggetto, poi occupa la frase.
Per questo, dopo l’invasione russa su larga scala del 24 febbraio 2022, in Ucraina il discorso sulla decolonizzazione ha assunto una centralità politica e culturale. Non riguarda solo statue, nomi di strade o monumenti. Riguarda la possibilità di separare la propria memoria da quella imposta dal vicino più grande. Uno studio pubblicato da Oxford University Press osserva che, dopo il 2022, l’Ucraina ha istituzionalizzato la decolonizzazione come strategia di identità, resilienza e sicurezza nazionale, culminando anche nella legge del 2023 contro la propaganda della politica imperiale russa e per la decolonizzazione della toponomastica.
Naturalmente, parlare di colonialismo russo non significa assolvere quello occidentale, né stilare una classifica grottesca delle colpe storiche, come se la sofferenza dei popoli fosse una gara a punti. Sarebbe un esercizio miserabile. Significa piuttosto togliere alla Russia un privilegio narrativo: quello di essere stata impero senza essere chiamata abbastanza spesso impero. La Gran Bretagna ha avuto colonie. La Francia ha avuto colonie. La Spagna ha avuto colonie. La Russia, troppo spesso, avrebbe avuto “zone d’influenza”, “terre storiche”, “popoli fratelli”, “spazi di sicurezza”.
Le parole contano. Quando un impero riesce a scegliere il vocabolario con cui viene descritto, ha già vinto metà della battaglia. Perché non domina soltanto i confini: domina l’interpretazione dei confini.
Il colonialismo russo non ha avuto sempre il casco coloniale, il tè delle cinque e il governatore in uniforme bianca. Ha avuto fortezze nella steppa, amministratori zaristi, missioni civilizzatrici, deportazioni sovietiche, alfabeti imposti o modificati, gerarchie etniche mascherate da internazionalismo, e oggi una retorica che alterna nostalgia imperiale, vittimismo geopolitico e paternalismo culturale. Non è meno coloniale perché meno esotico. È solo più vicino a noi, e forse per questo lo abbiamo guardato peggio.
Il punto, allora, non è sostituire una memoria con un’altra, né costruire un tribunale permanente della storia. Il punto è imparare a riconoscere l’impero anche quando non arriva dal mare. Anche quando parla di sicurezza. Anche quando giura di proteggere. Anche quando chiama “fratello” il popolo a cui sta togliendo la voce.
Perché a volte il colonialismo non pianta una bandiera su una spiaggia lontana. A volte cambia il nome di una strada, corregge una lingua, riscrive un manuale scolastico, spiega a un popolo che la sua memoria è un errore amministrativo.
E quando un impero comincia a dirti chi sei, di solito ha già deciso che cosa devi smettere di essere.
Marco Mattiuzzi 2026






