“Il Cristo proibito”: la vendetta come febbre, la festa come esorcismo

La vendetta come febbre, la festa come esorcismo: un paese che non sa sopportare la grazia.

L’ho appena visto e mi ha preso a schiaffi con la sua semplicità feroce. Il bianco e nero non abbellisce, disinfetta. I paesaggi non consolano, disidratano. Quelle colline toscane che altrove fanno da sfondo a cartoline rassicuranti qui respirano come un deserto etico: niente ombra dove nascondere la colpa, nessun cespuglio dietro cui mettere la vergogna in castigo. È un film che non ti lascia vie di fuga, e infatti la prima sensazione è la più scomoda: non stiamo cercando un colpevole, stiamo cercando di non essere complici.

Il paese che gira in tondo

La storia è cucita stretta su Bruno, reduce che torna a casa con una sola idea in testa: vendicare il fratello fucilato per una delazione. Ma la comunità ha già scritto un’altra sceneggiatura, quella del silenzio. Qui il paese non fa rumore, fa coro. È un coro antico, di quelli che parlano per allusioni e canti, che preferiscono il mormorio alla confessione. La festa è la scena madre: musica che ondeggia, danze che girano come una spirale ipnotica, volti che sorridono senza gioia. Non è una celebrazione è un esorcismo. Ci si aggrappa al ritmo per non dire il nome che pesa in gola. Quel cerchio che si chiude e si riapre ricorda l’attesa di un’altra “peste” cinematografica: non tanto un rimando diretto, piuttosto la stessa aria rarefatta prima del temporale, la stessa sospensione in cui ci si muove per scacciare l’inevitabile.

La croce che non si può sopportare

Il gesto che spezza il film è un atto scandaloso di bontà. Mastro Antonio, uomo mite, decide di caricarsi addosso una colpa non sua per fermare la catena. Mente per salvare, e proprio per questo dice una verità più alta di tutte le verità processuali: se qualcuno paga al posto di tutti, allora tutti devono smettere di recitare la parte dei giusti. È qui che capisco davvero il titolo: non è “proibito” raffigurare Cristo, è proibito ciò che Cristo significa. È proibito salvare gli uomini quando la comunità ha già scelto il conforto più antico e più sterile, quello della vendetta come ordine naturale delle cose.

Bruno, che è tornato per punire, si ritrova a mani piene e vuote. A un certo punto ha perfino davanti il vero delatore. Potrebbe chiudere il conto. Non lo fa. Non perché il colpevole “meriti” pietà, ma perché l’innocente ha già pagato. La vendetta, a quel punto, non è più giustizia: è un lusso che non ci si può permettere senza tradire il sacrificio. Ed è questo lo strappo più politico del film: spezzare la logica binaria colpevole/vittima e mostrare la comunità per quello che spesso è, un organismo che preferisce l’omertà alla cura di una ferita.

Tra neorealismo e tragedia: un barocco magro

Sul piano formale il film cammina su un crinale affilato. Non segue le persone nella loro quotidianità, le mette in scena. Le facce sono maschere, la piazza è un palcoscenico, la campagna un’aula di tribunale in campo lungo. È neorealismo quando osserva, tragedia quando sentenzia. Il bianco e nero asciuga i toni e scolpisce i volti come se il tempo fosse pietra pomice. Non c’è l’illusione del “vero” come documento, c’è la verità di un rito laico celebrato con mezzi poveri e precisione chirurgica.

Gli attori ci camminano dentro con pudore e ferocia. Bruno porta la guerra addosso come un cappotto bagnato, Mastro Antonio ha la dolcezza pericolosa di chi non teme il ridicolo del bene. Le donne non stanno ai margini, sono la bussola che non sbaglia il nord: non perché “angeliche”, ma perché stanche. E la stanchezza, quando non imbarbarisce, illumina.

La festa come specchio: una danza per non cadere

Torno a quella festa perché lì il film scopre la sua tesi senza proclamarla. La musica narcotizza, il girotondo confonde, il vino scalda. Ma ogni giro ribadisce lo stesso vuoto. È una comunità che danza per restare in piedi, non per andare da qualche parte. La festa come anestesia collettiva: funziona finché il tamburo batte. Fuori campo la colpa rientra, sempre. Lo fa in silenzio, con i passi di chi non ha fretta. Eppure, proprio in quella ipnosi musicale, c’è l’immagine più onesta del paese: non feroce, non santo, semplicemente incapace di sopportare la grazia. La grazia pesa, la vendetta alleggerisce. Questione di gravità morale.

Perché riguarda anche noi

Regge oggi perché parla di noi adesso. Parla di comunità che si proteggono col “meglio non scavare”, di contesti in cui le responsabilità si diluiscono fino a diventare evaporate, di ferite sociali trattate con coperte di lana invece che con punti di sutura. Dice che la vendetta è una febbre che passa di corpo in corpo finché qualcuno non decide di sudare via il veleno. Dice che un atto gratuito non pacifica sempre, a volte disorienta. E che proprio per questo è necessario.

Io l’ho sentito così: un film che toglie colore per rimettere a fuoco, che usa il deserto per farci vedere la nostra sete, che mette una festa al centro per mostrarci quanto spesso balliamo in tondo pur di non andare avanti. Quando scorrono i titoli mi resta addosso una domanda che non fa dormire comodi: siamo disposti a rinunciare al piacere della vendetta se qualcuno, innocente, ha già pagato anche per noi? Se la risposta è no continueremo a cantare, battere i piedi, brindare alla “pace” che è solo silenzio ben educato. Se la risposta è sì allora quel bianco e nero diventa un bagno freddo, un inizio, non una sentenza.

Non so se il cinema possa cambiare le comunità. So però che certe immagini, se le lasci lavorare, ti impediscono di raccontarti la solita favola. E questo, per me, è già un piccolo miracolo laico.

Marco Mattiuzzi
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By Marco Mattiuzzi

Artista poliedrico, ex docente e divulgatore, ha dedicato anni all'arte e alla comunicazione. Ha insegnato chitarra classica, esposto foto e scritto su riviste. Nel settore librario, ha promosso fotografia e arte tramite la HF Distribuzione, azienda specializzata nella vendita per corrispondenza. Attualmente è titolare della CYBERSPAZIO WEB & STREAMING HOSTING. Nel 2018 ha creato il gruppo Facebook "Pillole d'Arte" con oltre 65.000 iscritti e gestisce CYBERSPAZIO WEB RADIO dedicata alla musica classica. Collabora con diverse organizzazioni culturali a Vercelli, tra cui Amici dei Musei e Artes Liberales.
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