La mostra “Il Pioppo Nero – Uno sguardo sul tempo delle risaie”, allestita nella sala espositiva di Santa Chiara a Vercelli, non è soltanto un percorso fotografico dedicato al territorio risicolo. È, prima di tutto, un attraversamento del tempo. Un tempo vicino per cronologia, eppure già lontanissimo per sensibilità, gesti, rapporti umani, fatica e percezione del mondo. Le immagini di Dino Boffa e Cele Bellardone non cercano l’effetto, non inseguono lo stupore facile, non costruiscono una retorica nostalgica del passato. Hanno piuttosto la forza discreta delle testimonianze necessarie: restano, osservano, trattengono.
La prima parte della mostra, interamente in bianco e nero, rivela subito un rigore formale di notevole qualità. Il dato tecnico non è mai separato dalla visione poetica. La composizione è precisa, sorvegliata, essenziale; i contrasti sono calibrati con una sensibilità che evita tanto il compiacimento estetico quanto la freddezza documentaria. In queste fotografie il bianco e nero non è una scelta decorativa, né un semplice codice legato al reportage. È una lingua. Una lingua asciutta, severa, capace di trasformare la risaia in luogo della memoria senza sottrarla alla sua concretezza.
Le figure, gli strumenti, i campi, l’acqua, i solchi, le mani, le schiene piegate, i volti: tutto sembra appartenere a un mondo che riconosciamo e insieme fatichiamo a credere così vicino. Sono immagini realizzate negli anni Novanta del secolo scorso, ma appaiono davvero “del secolo scorso” in senso profondo, quasi “del millennio scorso”. Non perché siano antiche in sé, ma perché mostrano una distanza ormai radicale dalla contemporaneità. Guardandole, si avverte una specie di spaesamento. Non siamo davanti a un passato remoto, eppure quel mondo sembra già appartenere a un’altra civiltà.
Il percorso fotografico documenta le fasi del lavoro agricolo: la preparazione del terreno, la semina, la crescita, il raccolto, fino alla presenza delle mondine, figure che portano con sé un’intera storia di fatica, canto, resistenza e dignità. Ma ciò che colpisce non è soltanto la sequenza delle operazioni. È il modo in cui ogni gesto sembra inserirsi in un ordine più vasto, regolato dal ritmo delle stagioni e non dall’urgenza della produzione. Le fotografie non raccontano un lavoro idealizzato; raccontano una vita dura, scandita da poche comodità, da tempi dilatati, da necessità quotidiane che oggi apparirebbero quasi inconcepibili. Eppure, dentro quella semplicità, affiora una pienezza che non ha nulla di sentimentale.
Boffa e Bellardone si collocano certamente nel solco del reportage del territorio, ma la loro ricerca sembra andare oltre la pura documentazione. Non vogliono inviare messaggi, né piegare l’immagine a una tesi. Non indicano allo spettatore cosa debba pensare. Gli consegnano piuttosto una soglia. Ogni fotografia diventa un varco verso un tempo che ormai vive soprattutto nei ricordi di chi lo ha attraversato, o nelle tracce lasciate nei paesaggi e nei racconti familiari. È proprio questa assenza di enfasi a rendere il lavoro così intenso. Lo sguardo degli autori non grida, non denuncia, non celebra in modo retorico. Si limita, con profonda misura, a custodire.
Dalle immagini traspare non tanto una nostalgia per una vita lenta, legata al trascorrere delle stagioni, quanto un sentimento più complesso e più vero: un amore riconoscente. È come se gli autori ringraziassero quel mondo per aver potuto incontrarlo, viverlo, osservarlo e infine documentarlo. O forse, più ancora, per averlo potuto trasformare in poesia. Perché questa è una delle qualità più evidenti della mostra: ciò che poteva restare materiale etnografico, memoria agricola, archivio visivo di un mestiere, diventa invece esperienza estetica. La risaia non è soltanto paesaggio produttivo; diventa spazio morale, luogo di relazione tra l’uomo, la fatica e la terra.
In questo senso, la parola che più sembra aderire alla prima parte della mostra è cura. Osservando quelle immagini in bianco e nero, viene spontaneo pensare proprio alla cura della terra. Non semplicemente al lavoro nei campi, non soltanto alla fatica contadina, ma a una forma di attenzione profonda, quasi fisica, verso ciò che si coltiva. Ogni operazione pare misurata su un rapporto di conoscenza diretta: la terra non è superficie da sfruttare, ma organismo con cui entrare in sintonia. Chi la lavora la conosce, la ascolta, ne interpreta gli umori, le attese, le resistenze. È un amore che forse solo chi è contadino può comprendere fino in fondo, perché nasce dalla ripetizione dei gesti, dalla pazienza, dalla dipendenza reciproca tra uomo e campo.
Il passaggio alla parte contemporanea, realizzata a colori negli ultimi anni, introduce un contrasto molto efficace. La scelta non appare forzata. Anzi, proprio l’accostamento tra il bianco e nero del passato e il colore del presente permette alla mostra di evitare la trappola della malinconia. Il divario non sta semplicemente nella tecnica fotografica, né nella presenza delle macchine agricole che hanno ormai sostituito in larga parte le mani dell’uomo. Il punto più profondo è un altro: ciò che si è guadagnato in produttività, velocità ed efficienza sembra aver modificato la natura stessa del rapporto con la terra.
Nelle immagini contemporanee la risaia resta, naturalmente. Restano l’acqua, le geometrie dei campi, le linee dell’orizzonte, le macchine, i colori delle stagioni. Ma qualcosa è cambiato nella percezione. La rapidità ha preso il posto dell’attesa, l’ingranaggio ha sostituito il gesto, la produttività sembra aver ridotto lo spazio della cura. Non si tratta di rimpiangere ingenuamente la durezza del passato, né di condannare il progresso tecnico, che ha liberato intere generazioni da fatiche estenuanti. La mostra non propone una lettura così semplice. Tuttavia, nel confronto tra le due sezioni, emerge una domanda silenziosa: che cosa abbiamo perduto mentre guadagnavamo tempo?
È qui che il lavoro di Boffa e Bellardone acquista una profondità particolare. Le fotografie non contrappongono passato e presente in modo schematico. Piuttosto, lasciano emergere una frattura percettiva. Da una parte un mondo in cui la terra era toccata, abitata, attraversata dai corpi; dall’altra una contemporaneità in cui la terra è ancora coltivata, ma sembra più distante, più mediata, più funzionale. La macchina non è il problema in sé. Il problema, semmai, è lo spostamento dello sguardo: dalla cura al rendimento, dalla lentezza al calcolo, dalla relazione alla procedura.
Il titolo, “Il Pioppo Nero”, assume allora un valore simbolico. Il pioppo è albero di margine, presenza verticale nel paesaggio orizzontale della risaia. Sta tra l’acqua e il cielo, tra il campo e la strada, tra ciò che passa e ciò che resta. È un testimone silenzioso. Non domina il paesaggio, ma lo accompagna. Così fanno anche queste fotografie: non pretendono di possedere la memoria, ma la affiancano, la sorreggono, la rendono visibile per un istante prima che svanisca.
La mostra al Santa Chiara riesce dunque a essere più di un omaggio alla civiltà risicola vercellese. È una riflessione sulla trasformazione del tempo, sul rapporto tra immagine e memoria, sulla distanza crescente tra l’uomo contemporaneo e i gesti che hanno fondato per secoli la sua sopravvivenza. Il merito principale degli autori è aver evitato tanto il sentimentalismo quanto la freddezza. Hanno scelto una via più difficile: quella della misura. E nella misura hanno trovato una forma di poesia.
Uscendo dalla mostra, non resta soltanto il ricordo di belle fotografie. Resta una sensazione più sottile, quasi un interrogativo che continua a lavorare dentro. Quelle immagini in bianco e nero non parlano solo del passato delle risaie, ma del nostro modo di guardare il presente. Ci ricordano che la terra non è mai stata soltanto produzione, superficie, economia. È stata casa, fatica, attesa, nutrimento, destino. E forse, prima ancora di tutto questo, è stata cura.
Marco Mattiuzzi 2026





