Il silenzio dopo il tuono

Dal fragore delle encicliche medievali al sussurro dei social: la metamorfosi del linguaggio della Chiesa

C’è stato un tempo in cui le parole dei papi scendevano come saette. Le encicliche erano spade, le scomuniche terremoti capaci di scuotere troni e imperi. Bastava un paragrafo latino per mutare la geografia del potere. Oggi di quella voce resta un’eco distante: un sussurro accomodante, pronto a piegarsi alle mode, a rincorrere il linguaggio delle piazze e dei social.

Il cammino che separa Gregorio VII da Francesco non è solo una cronologia: è un cambio di atmosfera. Da un linguaggio che proclamava certezze assolute a un lessico che esita, che cerca il consenso. Non più la folla che si innalza al pensiero della Chiesa, ma una Chiesa che si china, che modula il proprio discorso per non disturbare. Il tuono si è fatto nebbia.

Persino la liturgia, un tempo architettura sonora che elevava l’anima, si è lasciata sedurre dal quotidiano. Alle polifonie che hanno generato Palestrina e Bach subentrano chitarre stonate, cori improvvisati, melodie da falò estivo. L’intento educativo al bello – quello che un tempo formava il gusto e allenava l’orecchio al mistero – cede alla logica del facile coinvolgimento: quattro accordi per strappare un applauso.

E così il sacro diventa spettacolo. Preti influencer sorridono dalle piattaforme digitali, le omelie si riducono a slogan, le celebrazioni somigliano a eventi da condividere più che a riti da vivere. Si confonde la prossimità con la superficialità, l’accoglienza con la perdita di profondità. È la Chiesa che si mette in posa per piacere, mentre la sostanza – il pensiero, la spiritualità, la tensione metafisica – si assottiglia come nebbia al sole.

Ma l’aporia più clamorosa si rivela altrove. Perché mentre l’istituzione veste i panni dell’amichevole intrattenitore, non rinuncia a pretendere un potere normativo sulle scelte intime: sessualità, contraccezione, aborto, fine vita. Temi sui quali la coscienza individuale, in società laiche e mature, dovrebbe essere l’unico giudice. Qui la voce, di colpo, torna imperiosa: condanna, ammonisce, prescrive. È la mano che finge di accarezzare ma non rinuncia a trattenere.

Da laico, non posso che guardare a questo paradosso con scetticismo. Una Chiesa che si fa mondana per essere ascoltata, ma che pretende di regolare ciò che più appartiene alla libertà dell’essere umano, sembra aver smarrito la propria coerenza. Non solleva più lo sguardo verso il cielo del pensiero, ma nemmeno rinuncia a indicare dall’alto come vivere l’amore, la nascita, la morte.

Forse la sua vera forza, un tempo, era la capacità di parlare con profondità anche quando scandalizzava. Oggi, nella ricerca di applausi, la parola che un tempo era tuono si è fatta bisbiglio. Ma il mondo non ha bisogno di slogan benevoli: ha bisogno di verità che non temano l’impopolarità, e di istituzioni che rispettino l’autonomia delle coscienze.

Il futuro della spiritualità, se avrà un futuro, non nascerà dalle chitarre scordate né dai profili social, ma dal silenzio interiore che nessun potere può comandare. In quel silenzio, libero da dogmi e da consensi, forse si nasconde l’unica parola che ancora valga la pena ascoltare.

Marco Mattiuzzi
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By Marco Mattiuzzi

Artista poliedrico, ex docente e divulgatore, ha dedicato anni all'arte e alla comunicazione. Ha insegnato chitarra classica, esposto foto e scritto su riviste. Nel settore librario, ha promosso fotografia e arte tramite la HF Distribuzione, azienda specializzata nella vendita per corrispondenza. Attualmente è titolare della CYBERSPAZIO WEB & STREAMING HOSTING. Nel 2018 ha creato il gruppo Facebook "Pillole d'Arte" con oltre 65.000 iscritti e gestisce CYBERSPAZIO WEB RADIO dedicata alla musica classica. Collabora con diverse organizzazioni culturali a Vercelli, tra cui Amici dei Musei e Artes Liberales.
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