Catene e sogni, potere e speranza: sono i fili che intrecciano Il Marchio della Libertà, romanzo in ambientazione storica che conduce dalle nebbie della Britannia alle strade di Roma. In questo dialogo, l’autore racconta come è nata l’opera, chi sono i suoi protagonisti e perché, ancora oggi, la libertà resta un tema universale.
D: Il titolo del suo romanzo, Il Marchio della Libertà, è forte e suggestivo. Da dove nasce l’idea e che significato racchiude?
R: Il titolo racchiude il cuore del romanzo: la contraddizione tra la schiavitù imposta e la libertà interiore che nessun padrone può spegnere. Il marchio è segno di possesso, ma diventa anche simbolo di identità e resistenza. È la ferita che si trasforma in forza.
D: Qual è la differenza tra un romanzo storico e un romanzo in ambientazione storica come il suo?
R: Un romanzo storico racconta eventi o personaggi realmente esistiti, inserendo la narrazione in un contesto documentato dalle fonti. Il Marchio della Libertà invece è un romanzo in ambientazione storica: non narra le vicende di figure note dei libri di storia, ma di personaggi inventati. La loro vita si svolge però in uno scenario il più possibile aderente all’epoca romana, con una ricostruzione accurata di usi, costumi e tensioni sociali. È un equilibrio tra invenzione narrativa e fedeltà storica.
D: Perché ha scelto il I secolo d.C. come sfondo?
R: È un momento cruciale: Roma è al massimo della sua potenza, ma le province sono ancora instabili. La Britannia rappresenta la frontiera ribelle, Roma il centro del potere. Questo contrasto mi ha permesso di raccontare il rapporto tra vincitori e vinti, dominatori e dominati, e di mostrare come le grandi forze della storia si riflettano nelle vite individuali.
D: Chi sono i protagonisti principali della vicenda?
R: I lettori incontreranno Saoirse, la sorella maggiore, insieme ai fratelli Ciarán e Sean, catturati dai Romani insieme alla madre Aisling. Sono loro il filo emotivo del romanzo: ciascuno porta un volto diverso della resistenza, della paura e della speranza. Sul versante romano c’è Gnaeus Lepidus, patrizio complesso e ambiguo, diviso tra crudeltà e compassione. Attorno a loro si muovono figure di potere, mercanti, soldati, schiavi: un mosaico che riflette la società romana.
D: Come ha costruito i suoi personaggi?
R: Non sono partito dai protagonisti, ma dalle emozioni che volevo trasmettere. Ho pensato prima ai sentimenti fondamentali – libertà, paura, dignità, forza interiore – e solo dopo ho creato personaggi capaci di incarnarli. Successivamente ho redatto schede dettagliate, distinguendo tra figure su cui il lettore deve provare empatia e antagonisti che generano i conflitti indispensabili a una buona storia.
D: Quali temi universali emergono dal romanzo?
R: La libertà, certamente, ma anche la dignità, la speranza e la capacità di scegliere chi essere, anche quando il mondo sembra imporre un ruolo. Sono domande che riguardano la condizione umana in ogni epoca.
D: Il linguaggio ha avuto un ruolo importante nella sua scrittura. Come ha affrontato questo aspetto?
R: Ho escluso anacronismi e termini troppo moderni, cercando al tempo stesso di mantenere lo stile leggibile e contemporaneo. Non volevo un testo artificiosamente arcaico, ma un linguaggio che restituisse il respiro dell’epoca senza appesantire la narrazione. È stata una sfida costante: restare fedeli alla storia, ma raccontarla in modo scorrevole ai lettori di oggi.
D: Quanto lavoro di ricerca c’è dietro?
R: Moltissimo. Mi sono documentato su fonti storiche, archeologiche e letterarie, ma anche sulla vita quotidiana: come si vestivano, cosa mangiavano, come funzionavano i mercati degli schiavi o i lupanari. Volevo che il lettore si trovasse immerso in un mondo credibile e vivido, non solo in uno sfondo generico.
D: Ci racconta un aneddoto del suo processo creativo?
R: Certo. Stavo scrivendo un capitolo che avrebbe dovuto essere un flashback. L’ho rifatto più volte, ma risultava sempre insipido, artificioso. Poi, una mattina, sotto la doccia, ecco il lampo: e se fosse un druido a raccontare il passato nel presente? Così è nato quel capitolo, che molti lettori mi hanno detto di aver letto tutto d’un fiato. A volte basta un dettaglio, un’intuizione improvvisa – persino una doccia al mattino – per far nascere idee nuove.
D: Com’è stato, in generale, il suo percorso di scrittura?
R: Strutturato ma flessibile. Prima ho delineato la trama e l’atmosfera, poi ho lasciato che i personaggi trovassero la loro voce. Ogni capitolo è nato intrecciando ricerca storica, costruzione drammatica ed emozione. È stato un lavoro lungo e immersivo, ma necessario per dare autenticità al racconto.
D: Dopo aver terminato il libro, cosa resta del rapporto con i suoi personaggi?
R: Mi sono affezionato a loro. Li sento vivi, a volte quasi accanto a me. A diversi, specie ai protagonisti, ho fatto vivere sofferenze e prove durissime. Spero che mi abbiano perdonato. Forse è questo il segreto della scrittura: quando i personaggi smettono di essere “creature di carta” e diventano presenze che ti accompagnano anche oltre il libro.
D: Se dovesse descrivere Il Marchio della Libertà in poche parole, come lo definirebbe?
R: Un viaggio dentro l’animo umano, tra catene e sogni, violenza e speranza. Una storia inventata, ma radicata nel mondo romano, che parla di libertà e resistenza interiore.
Il Marchio della Libertà
Catene invisibili. Sogni proibiti. Ribellioni silenziose.
Un viaggio nell’antica Roma, tra dolore e speranza.
Scopri di più sul libro: https://www.amazon.it/dp/B0F7J5ZC4K
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