Javier Cercas e il Papa alla fine del mondo

Un viaggio in Mongolia, tra fede e scetticismo, alla ricerca della domanda che nessuno può evitare.

C’è un paradosso in questo libro di Javier Cercas: uno scrittore ateo e anticlericale che decide di seguire Papa Francesco in Mongolia, alla “fine del mondo”, per interrogarsi sulla domanda più antica di tutte: esiste vita dopo la morte? Cercas si muove come un cronista inquieto, con l’aria di chi osserva senza voler giudicare, di chi rimane fedele al proprio scetticismo ma al tempo stesso riconosce che la fede non è un’illusione da disprezzare. Il risultato è un testo che vibra tra diario e meditazione, tra reportage e romanzo senza finzione, sospeso in quella zona grigia dove la letteratura diventa strumento di conoscenza.

Ciò che colpisce è l’universo di figure che il Papa ha scelto di circondarsi: cardinali, intellettuali, direttori di Radio Vaticana, responsabili di case editrici, uomini e donne di cultura raffinata, non sempre credenti nel senso più ortodosso, ma capaci di pensiero critico e di profondità. Cercas li ascolta, li interroga, raccoglie le loro parole come frammenti di un mosaico che ha al centro la figura di Francesco. Ne esce un coro colto, lucido, appassionato, ma inevitabilmente concorde: tutti sono uomini e donne del Papa, nominati da lui, in sintonia con la sua visione. Il lettore avverte presto l’assenza di voci dissenzienti, di quei critici che pure non mancano, in Spagna come negli Stati Uniti, dove il pontefice è spesso osteggiato. Gli attriti emergono appena, evocati per interposta persona, mai affidati a chi li incarna davvero. È il limite del libro, la sua zona cieca: la mancanza del contrappunto, del dissonante.

Eppure, ciò che resta, è la forza di quelle voci che parlano di un progetto di Chiesa radicalmente diverso. Francesco vi appare come un riformatore deciso a spezzare il clericalismo, a riportare la comunità dei credenti a una dimensione più “primitiva”, lontana dal potere autoreferenziale. Si avverte anche la frattura tra questo messaggio e la sua ricezione pubblica: ciò che passa sui media è quasi sempre il versante politico, fonte di discussioni e polarizzazioni, mentre resta in ombra il cuore religioso e spirituale delle parole del Papa. È un po’ come un iceberg: il dieci per cento visibile sopra la superficie, continuamente esposto e dibattuto, e il novanta per cento nascosto, che sorregge e dà senso a tutto il resto. Cercas lascia intravedere questo squilibrio, e proprio in quella sproporzione si colloca gran parte del fascino della figura di Francesco.

Cercas non elude gli scandali che hanno minato la credibilità della Chiesa, dalle opacità dello IOR agli abusi sessuali. Ma il filo conduttore non è lo scandalo: è il tentativo di ricostruire una fiducia, di rimettere al centro la cura della persona, il servizio gratuito, lo spirito missionario inteso non più come conquista, ma come vicinanza. La Mongolia diventa allora lo sfondo ideale: non una terra da convertire, ma un luogo dove la fede si misura nella sua essenzialità.

Il libro non è, però, un trattato sulla Chiesa del XXI secolo. È soprattutto un viaggio interiore. La vera protagonista è la domanda che accompagna ogni pagina, come un basso continuo: “Esiste davvero la resurrezione della carne? C’è vita dopo la morte?” Cercas la rivolge al Papa, ma in realtà la rivolge a sé stesso e a noi, suoi lettori. La sua incredulità resta intatta, eppure si percepisce come la scrittura stessa diventi un modo per non sfuggire alla vertigine di quell’interrogativo.

Il folle di Dio alla fine del mondo affascina per la limpidezza dello stile, per l’intreccio di cronaca e riflessione, per la capacità di disegnare un Papa che appare al tempo stesso fragile e titanico. Ma lascia anche la sensazione di un’occasione mancata: la mancanza di un vero confronto con chi non condivide la visione di Francesco, la scelta di restare dentro il cerchio dei suoi fedeli più vicini. È forse una decisione deliberata, perché Cercas non voleva scrivere un pamphlet polemico, ma un ritratto dall’interno. Resta però quel vuoto, e nel vuoto rimbomba più forte la domanda che nessuno può eludere, né credente né ateo: cosa ci aspetta oltre la soglia?

Marco Mattiuzzi
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By Marco Mattiuzzi

Artista poliedrico, ex docente e divulgatore, ha dedicato anni all'arte e alla comunicazione. Ha insegnato chitarra classica, esposto foto e scritto su riviste. Nel settore librario, ha promosso fotografia e arte tramite la HF Distribuzione, azienda specializzata nella vendita per corrispondenza. Attualmente è titolare della CYBERSPAZIO WEB & STREAMING HOSTING. Nel 2018 ha creato il gruppo Facebook "Pillole d'Arte" con oltre 65.000 iscritti e gestisce CYBERSPAZIO WEB RADIO dedicata alla musica classica. Collabora con diverse organizzazioni culturali a Vercelli, tra cui Amici dei Musei e Artes Liberales.
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