Per la serie “La macchina del tempo”, questa pagina della Guida di Vercelli e Provincia del 1930 è una di quelle che, se lette con attenzione, valgono più di molte fotografie d’epoca. Non mostra immagini, non seduce con vedute o monumenti, eppure restituisce un’intera città viva, stratificata, operosa. Basta fermarsi sui nomi, sulle categorie, sugli indirizzi, e Vercelli comincia a muoversi sotto gli occhi.
C’è innanzitutto l’elenco dei pittori. Non un gruppo omogeneo, ma un insieme di presenze disseminate tra vie centrali e strade laterali, segno che l’arte non era confinata in pochi atelier celebrati, bensì intrecciata alla vita quotidiana. Tra quei nomi compare Enzo Gazzone, oggi riconosciuto come una figura centrale della pittura vercellese del Novecento, al quale proprio di recente è stata dedicata una vasta retrospettiva grazie al lavoro dell’associazione Angelo Gilardino. Vederlo comparire qui, in mezzo a tanti altri, senza enfasi né titoli, riporta alla dimensione reale del suo tempo: un artista che viveva e lavorava dentro la città, non sopra di essa. E accanto a lui, altri pittori che conosciamo magari solo per frammenti, per decorazioni murali, per tracce rimaste in qualche scala o in qualche soffitto dimenticato.
Subito dopo compaiono i pittori in decorazione, una categoria che oggi suona quasi arcaica. Eppure era una figura fondamentale: uomini chiamati a rendere abitabili e dignitosi gli spazi, a portare un’idea di bellezza nelle case, nei negozi, negli edifici pubblici. Non “artisti” nel senso romantico del termine, ma artigiani colti, capaci di muoversi tra gusto, tecnica e necessità. Molti di quei nomi tornano alla mente di chi ha memoria della città: famiglie, cognomi che riaffiorano come strati di intonaco sotto una mano di vernice più recente.
Poi, quasi senza soluzione di continuità, la guida passa ai pollivendoli. È qui che il tempo compie uno scarto improvviso. Dalla pittura alla carne viva del quotidiano. Un mestiere oggi scomparso nella sua forma originaria, che racconta di un’economia fatta di prossimità, di mercati, di rapporti diretti. Non grandi filiere, ma persone riconoscibili, botteghe precise, odori, voci. In una sola parola: presenza.
E subito dopo compare una voce che colpisce come un lampo: polveriera. Una parola che oggi suona quasi inquietante, e che apre a domande, a scenari che non immaginiamo più. Depositi, materiali pericolosi, una gestione del rischio che faceva parte della città stessa. Anche questo era Vercelli: non solo risaie e chiese, ma infrastrutture, funzioni complesse, nodi sensibili.
Tra le voci più toccanti c’è senza dubbio il posto di ristoro per le mondine. Basta leggerla, quella riga, per sentire il peso di un mondo intero. Le mondine, simbolo di fatica, di lavoro stagionale, di corpi piegati nell’acqua delle risaie. Un luogo pensato per loro, per mangiare, riposare, ritrovare un minimo di sollievo. Oggi quella realtà è scomparsa, e con essa una parte durissima ma fondante dell’identità vercellese. Eppure, in questa guida, non è un tema epico o celebrato: è una voce d’elenco, concreta, necessaria. Proprio per questo ancora più vera.
Scorrendo la pagina si arriva infine alla pubblicità delle mercerie e profumerie, con la dicitura “articoli per sarte”. Un dettaglio che apre un altro mondo. A Vercelli, nel 1930, esistevano moltissime sartorie, spesso composte da una sola persona, talvolta una donna che lavorava in casa, tra tessuti, aghi e clienti fidate. Un’economia silenziosa, diffusa, che costruiva abiti ma anche relazioni. La presenza di profumerie accanto alle mercerie racconta un’idea di cura, di eleganza quotidiana, di attenzione all’aspetto che non era appannaggio esclusivo delle élite.
Questa pagina, nel suo apparente disordine, è in realtà una mappa umana. Non idealizza, non giudica. Elenca. E proprio elencando restituisce la complessità di una città che oggi rischiamo di immaginare più semplice di quanto fosse davvero. Vercelli nel 1930 era un organismo articolato, attraversato da arti, mestieri, fatiche, pericoli, bellezza e sopravvivenza. Nulla di folcloristico, nulla di cartolina.
Sfogliare queste pagine è come camminare in una città che non esiste più, ma che continua a parlare, a chi ha voglia di ascoltare. Non per nostalgia, ma per consapevolezza. Per ricordarci che ogni presente poggia su strati di vite, di lavori, di nomi che meritano almeno uno sguardo attento. E forse, ogni tanto, un po’ di silenzio.
Marco Mattiuzzi
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