La macchina del tempo: polentatt, camions e botteghe del gusto nella Vercelli del 1930

Cibo popolare, parole scomparse e locali che resistono: leggere la città attraverso una pagina dimenticata

Sfogliare una guida del 1930 non significa solo leggere un elenco di attività commerciali. Significa entrare in un sistema di abitudini, di parole, di gesti quotidiani che oggi non esistono più, ma che per decenni hanno scandito la vita di una città.

Questa pagina, apparentemente tecnica e funzionale, è in realtà densissima di indizi. Basta fermarsi un attimo, andare oltre l’apparenza, e il quadro si anima.

La prima parola che colpisce è “polentatt”.
Non una semplice indicazione gastronomica, ma un frammento di mondo.

La polentatt non è la polenta come la immaginiamo oggi, rievocata con nostalgia o riproposta in chiave turistica. È polenta cucinata e venduta pronta, spesso per strada o in piccoli locali, servita calda, sostanziosa, accompagnata da sughi semplici, burro, formaggio, talvolta pesciolini fritti. Un cibo popolare, energetico, pensato per chi lavorava tutto il giorno e aveva bisogno di nutrirsi in fretta e con poco.

È una forma primitiva – ma concreta – di quello che oggi chiameremmo cibo da strada, o cibi cotti. Solo che qui non c’è alcuna estetizzazione: c’è la necessità.

Accanto alla polentatt troviamo peschierie e friggitorie “a tutte le ore”. Anche questo dice molto. Il pesce non è un lusso occasionale: è parte della dieta quotidiana, venduto fritto, pronto, accessibile. Una città dell’entroterra che mantiene un rapporto continuo con il mare attraverso i commerci e le abitudini alimentari.

Poi c’è una parola che oggi suona quasi straniera: “camions”.
Non camion, Camions.

Un termine che arriva dal francese, come tanti altri legati alla modernità tecnica del primo Novecento. Indica veicoli pesanti, destinati al trasporto di merci, in un’epoca in cui la logistica urbana stava cambiando volto. È una parola di passaggio, che racconta un momento preciso: quando la città comincia a confrontarsi con la meccanizzazione, ma non ha ancora fissato il proprio vocabolario definitivo.

Le parole cambiano perché cambia il mondo che devono descrivere.

Scorrendo la pagina, compaiono pasticcerie e liquorerie, spesso unite nella stessa attività. Non è un dettaglio secondario: dolci e alcolici sono elementi sociali, legati al ritrovo, alla conversazione, alla festa. Tra questi nomi spicca una presenza che oggi possiamo ancora riconoscere: la Taverna e Tarnuzzer di Piazza Cavour.

Un luogo che esiste tuttora e che conserva un arredo rimasto quasi identico a quello che un vercellese del 1930 avrebbe potuto vedere entrando. Sedersi oggi a quei tavoli significa, letteralmente, sedersi dentro la storia. Non una ricostruzione, ma una continuità.

Questa pagina elenca anche pescivendoli, pavimentatori, pellai, pellicciai, periti, pesi e misure, bilance automatiche. Un ecosistema completo, fatto di mestieri specifici, spesso molto specializzati. Nulla è generico. Ogni funzione ha un nome preciso, ogni attività una collocazione urbana riconoscibile.

È una città che vive di prossimità.
Una città dove il commercio non è anonimo, ma legato a persone, cognomi, indirizzi, numeri di telefono a due cifre.

E dietro ogni voce dell’elenco c’è una scena possibile: una friggitoria che fuma nelle ore serali, un ambulante con la polenta fumante, una bilancia che pesa sacchi e casse, un locale dove si beve, si parla, si discute.

Quello che colpisce, rileggendo tutto oggi, è la concretezza di questo mondo. Non è idealizzato, non è romantico. È duro, semplice, organizzato intorno ai bisogni primari: mangiare, lavorare, scambiarsi beni, incontrarsi.

Eppure, proprio in questa semplicità, emerge una ricchezza che abbiamo in parte perso: il legame diretto tra parole, luoghi e funzioni. Oggi molti termini sono scomparsi, molte attività sono state assorbite, semplificate, standardizzate. I camions sono diventati TIR, la polentatt è diventata rievocazione, il cibo caldo è diventato format.

Sfogliare queste pagine è come sollevare il coperchio di una città che non c’è più, ma che continua a parlare. Basta saper ascoltare.

Questa è, forse, la vera funzione di una guida del 1930 oggi: non dirci dove andare, ma ricordarci da dove veniamo.

Marco Mattiuzzi
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By Marco Mattiuzzi

Artista poliedrico, ex docente e divulgatore, ha dedicato anni all'arte e alla comunicazione. Ha insegnato chitarra classica, esposto foto e scritto su riviste. Nel settore librario, ha promosso fotografia e arte tramite la HF Distribuzione, azienda specializzata nella vendita per corrispondenza. Attualmente è titolare della CYBERSPAZIO WEB & STREAMING HOSTING. Nel 2018 ha creato il gruppo Facebook "Pillole d'Arte" con oltre 65.000 iscritti e gestisce CYBERSPAZIO WEB RADIO dedicata alla musica classica. Collabora con diverse organizzazioni culturali a Vercelli, tra cui Amici dei Musei e Artes Liberales.
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