La processione dei potenti: Francesco Nex al Forte di Bard

Una lettura dell'opera di Francesco Nex esposta al Forte di Bard, tra satira del potere ecclesiastico e dettagli che smontano ogni solennità.

A prima vista sembra un fregio medievale, una di quelle cronache figurate che decorano i muri delle cattedrali per istruire chi non sa leggere. Ma bastano pochi secondi per accorgersi che qui la lezione è capovolta: non c’è nulla da venerare, tutto da smascherare.

L’opera — esposta nella sala permanente del Forte di Bard dedicata a Francesco Nex — rappresenta un corteo solenne che attraversa un paesaggio invernale, spoglio, senza conforto. A sinistra, un gruppo di portatori regge sulle spalle la cupola di San Pietro come fosse un baldacchino da processione: il centro della cristianità ridotto a peso morto, struttura che schiaccia chi la sorregge. È un’immagine brutale nella sua semplicità. L’istituzione non cammina da sola; si fa portare.

Al centro del corteo sfila una schiera di vescovi in mitria bianca, stipati l’uno contro l’altro come pedine su una scacchiera, i pastorali stretti in pugno con gesto più possessivo che pastorale. I volti sono il cuore dell’opera. Nex li disegna con una crudeltà che non ha niente di caricaturale nel senso facile del termine: sono facce vere, scavate, consapevoli. Nasi importanti, menti sfuggenti, occhi che guardano di traverso o non guardano affatto. Uno di loro — ed è il dettaglio che inchioda — si infila placidamente le dita nel naso, le palpebre socchiuse, del tutto indifferente alla propria pompa. Non è un gesto comico: è un gesto distratto, e per questo più devastante. La sacralità del rito si dissolve in un’abitudine corporea, la più prosaica possibile. L’alto prelato, nel momento in cui dovrebbe incarnare il divino, è soltanto un corpo che si gratta.

Sulla destra la scena cambia registro senza cambiare tono. Un banchetto imbandito su una tovaglia a scacchi rossi e bianchi — da osteria, non da altare — accoglie vivande, bottiglie, un maiale arrosto. Soldati armati di picche reggono stendardi con figure di corvi. C’è qualcosa di fiammingo in questa zona dell’opera, un’eco di Bruegel, la stessa attenzione ossessiva al dettaglio delle cose terrene: il cibo, le armi, il tessuto di una manica. Ma dove Bruegel trovava nella festa popolare un’energia vitale, qui il banchetto è un privilegio di pochi, sorvegliato e separato.

In alto, fra le nuvole, galleggia una figura coronata: un sovrano o forse un Dio assente, che osserva senza intervenire. La sua posizione è tutto: sta sopra, lontano, incorporeo. Il potere celeste e il potere terrestre non dialogano; si ignorano a vicenda, complici nella reciproca indifferenza.

In basso, a chiudere la composizione, una fila di corvi neri becca il terreno gelato. Sono le presenze più vive dell’intero corteo: gli unici a muoversi con uno scopo, a cercare qualcosa di reale. Nex li piazza lì come un contrappunto muto, un commento che non ha bisogno di parole. Mentre i potenti sfilano, i corvi mangiano. La natura non ha ideologie.

Ciò che rende quest’opera così efficace è la totale assenza di indignazione esibita. Nex non grida, non predica: dispone. Costruisce una scena affollata dove ogni figura è al proprio posto — il prelato, il soldato, il servo, il re — e proprio questa compostezza rivela l’assurdo. Il corteo procede con la stessa inevitabilità di una macchina burocratica: nessuno lo guida davvero, nessuno potrebbe fermarlo. L’ironia nasce dalla precisione con cui ogni dettaglio è collocato, dal contrasto tra la rigidità del cerimoniale e la miseria umana che trapela dai gesti involontari.

C’è poi la questione del tempo. Nex ambienta la scena in un medioevo reinventato — mitre, armature, stendardi — ma non è un’opera storica. È un travestimento deliberato, un modo per dire che certe strutture di potere non cambiano, si limitano a cambiare costume. I vescovi del suo corteo sono anche i burocrati di oggi, i politici di sempre, chiunque eserciti autorità senza interrogarsi sul proprio ruolo. Il medioevo è un linguaggio, non un’epoca: serve a rivelare, per distanza, ciò che la contemporaneità nasconde per abitudine.

In fondo, la grandezza di questa composizione sta nel suo equilibrio tra il vasto e il minuscolo. L’impianto è monumentale — decine di figure, una cupola, un cielo, un paesaggio — ma il senso ultimo si annida nei particolari: un dito nel naso, un corvo che becca, una mano che stringe un pastorale come se fosse un randello. È la cifra di un artista che ha sempre preferito raccontare storie piuttosto che proclamare tesi, e che ha trovato nella satira non un’arma, ma uno specchio.

Marco Mattiuzzi
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By Marco Mattiuzzi

Artista poliedrico, ex docente e divulgatore, ha dedicato anni all'arte e alla comunicazione. Ha insegnato chitarra classica, esposto foto e scritto su riviste. Nel settore librario, ha promosso fotografia e arte tramite la HF Distribuzione, azienda specializzata nella vendita per corrispondenza. Attualmente è titolare della CYBERSPAZIO WEB & STREAMING HOSTING. Nel 2018 ha creato il gruppo Facebook "Pillole d'Arte" con oltre 65.000 iscritti e gestisce CYBERSPAZIO WEB RADIO dedicata alla musica classica. Collabora con diverse organizzazioni culturali a Vercelli, tra cui Amici dei Musei e Artes Liberales.
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