C’era un’epoca in cui le marce per la difesa dell’ambiente avevano il passo grave di chi sente sulle spalle la responsabilità del futuro. Oggi, sempre più spesso, l’indignazione si traveste da performance. Gettare vernice lavabile su un quadro, incatenarsi davanti a un museo, rovesciare latte sul pavimento di un supermercato: gesti che cercano la telecamera più della coscienza, il clic virale più della riflessione.
La causa resta vitale – il pianeta si surriscalda, le risorse si assottigliano – ma la forma tradisce il messaggio. Ogni azione sembra calibrata per l’algoritmo: cinque secondi per scioccare, trenta per diventare trending topic. L’eco digitale diventa il vero scopo, mentre la sostanza arretra dietro il rumore.
C’è una sottile ironia in questa corsa allo spettacolo. Si colpisce l’arte per difendere la natura, si blocca il traffico in nome dell’aria pulita, si sprecano materiali per denunciare lo spreco. Una logica che, a lungo andare, ottiene l’effetto opposto: invece di convincere, infastidisce; invece di coinvolgere, respinge. L’attenzione che conquista è effimera, la simpatia che perde è duratura.
Ma il problema è più profondo. Nel racconto di molti attivisti ogni gesto dell’uomo diventa colpa, ogni invenzione un reato. Come se la civiltà stessa fosse una ferita da rimarginare, e l’unico rimedio fosse l’espiazione. Si dipinge un’umanità che dovrebbe chiedere perdono per il solo fatto di esistere. Una visione che, oltre a essere sterile, dimentica che proprio l’intelligenza umana – scienza, tecnica, creatività – è la sola risorsa capace di ridurre l’impatto e riparare i danni.
L’ambientalismo che demonizza tutto finisce per assomigliare a un tribunale morale permanente. Non costruisce ponti, erige recinti. Non propone soluzioni, distribuisce colpe. Così, mentre le telecamere inseguono la vernice, le questioni reali – l’innovazione energetica, la gestione delle risorse, la tutela concreta degli ecosistemi – scivolano sullo sfondo.
Difendere il pianeta non significa arrestare la civiltà, ma renderla più intelligente. Non vuol dire smettere di costruire, viaggiare o produrre, bensì farlo meglio. Se l’ambientalismo vuole davvero incidere, deve tornare a parlare il linguaggio della competenza e della responsabilità, non quello del gesto spettacolare che si consuma in un hashtag.
Il clima non si ferma con un colpo di scena. Si cambia con la pazienza delle idee, con la scienza che inventa e corregge, con la coscienza che sceglie ogni giorno. Tutto il resto è soltanto rumore destinato a svanire.
Marco Mattiuzzi
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