L’arte prima dello svelamento

Nei giardinetti di Venezia, accanto alla Biennale, alcune opere coperte da teli trasformano l’attesa in mistero e lo sguardo in immaginazione.

Nei giardinetti di Venezia, non lontano dagli spazi della Biennale, alcune forme coperte attendono il loro momento. Sono lì, immobili, adagiate sull’erba o su pedane provvisorie, avvolte da teli scuri, verdi, argentati. Non mostrano nulla, e proprio per questo trattengono tutto. Non sappiamo ancora se sotto quelle superfici piegate dal vento si nascondano sculture, installazioni, oggetti enigmatici o presenze destinate a dialogare con lo spazio. Eppure, prima ancora di essere esposte, prima ancora di ricevere un titolo, una scheda critica, una luce studiata, possiedono già una forza propria.

C’è qualcosa di profondamente affascinante nell’opera d’arte che non si concede subito. Il telo che la ricopre non è soltanto una protezione tecnica, un gesto pratico, quasi ordinario, legato al trasporto e all’allestimento. Diventa una soglia. Trasforma l’oggetto nascosto in una promessa. Chi passa accanto non vede l’opera, ma comincia a immaginarla. Lo sguardo scivola sulle pieghe, tenta di intuire i volumi, cerca un indizio nella sagoma, nella tensione della stoffa, nell’altezza, nella postura silenziosa di quella presenza ancora anonima.

In questo stato provvisorio, le opere sembrano appartenere a un tempo intermedio. Non sono più semplici materiali appena arrivati, ma non sono ancora pienamente arte offerta al pubblico. Sono presenze in attesa. E l’attesa, spesso, possiede una qualità poetica che l’evento compiuto rischia di disperdere. Prima dello svelamento, tutto è possibile. Ogni telo può nascondere una rivelazione, una delusione, una provocazione, una ferita, un sogno. Il passante, anche senza volerlo, diventa parte del processo: osserva, interpreta, costruisce mentalmente ciò che ancora non può vedere.

È difficile, davanti a queste forme velate, non pensare a Christo e Jeanne-Claude, alla loro straordinaria capacità di trasformare l’occultamento in visione. Loro non nascondevano semplicemente monumenti o paesaggi: li restituivano al mondo attraverso un paradosso. Impacchettare un edificio, un ponte, un arco, significava sottrarlo temporaneamente allo sguardo abituale per renderlo improvvisamente nuovo. Il Pont Neuf a Parigi, il Reichstag a Berlino, l’Arco di Trionfo: luoghi conosciuti, fotografati, attraversati da milioni di occhi, diventavano improvvisamente misteriosi perché coperti.

Il gesto di Christo non cancellava la forma, la esaltava. La stoffa aderiva alle masse, seguiva le strutture, sottolineava linee che l’abitudine aveva reso invisibili. Il monumento, nascosto, tornava a essere visto. E forse è proprio questo il punto più sottile: a volte occorre coprire qualcosa perché lo sguardo ricominci davvero a desiderarlo.

Nei giardinetti veneziani accade qualcosa di più umile e casuale, ma non meno suggestivo. Qui i teli non sono ancora opera dichiarata; sono strumenti di protezione, necessità di cantiere, involucri temporanei. Tuttavia, agli occhi di chi osserva, producono un effetto simile. Rendono l’opera più enigmatica prima ancora che essa entri nello spazio ufficiale dell’arte. Il telo argentato al centro dell’immagine, stretto attorno a una forma verticale, sembra quasi una figura incappucciata, una creatura sospesa tra imballaggio e apparizione. Quello verde, più basso e squadrato, suggerisce una presenza raccolta, trattenuta. Gli altri volumi, distribuiti nel prato, compongono una piccola costellazione di segreti.

Attorno, Venezia continua a respirare con la sua bellezza laterale: gli alberi, l’erba, la luce del mattino o del pomeriggio, i muri antichi sullo sfondo, i passanti che attraversano il parco senza sapere se stanno guardando qualcosa di provvisorio o già, in qualche modo, compiuto. È una scena che appartiene al dietro le quinte, ma forse proprio per questo conserva una verità rara. L’arte non nasce soltanto quando viene inaugurata. Esiste anche nel montaggio, nell’attesa, nel silenzio prima dell’apertura, in quel momento in cui nessuno ha ancora scritto cosa bisogna pensare.

Le opere coperte ci ricordano che lo sguardo non ha bisogno di possedere tutto. Talvolta è l’incompleto a generare la curiosità più intensa. Il mistero non è un difetto della visione, ma una sua forma più lenta. Davanti a quei teli, non consumiamo l’immagine: la prepariamo dentro di noi.

E così, prima che la Biennale apra le sue porte e le opere vengano illuminate, spiegate, fotografate, commentate, esse vivono già una vita segreta. Sono lì, avvolte, custodite, quasi trattenute dal paesaggio. Attendono il pubblico, ma nel frattempo educano lo sguardo all’attesa. Come nei grandi impacchettamenti di Christo, ciò che è nascosto non scompare. Al contrario, diventa più presente. Perché ogni forma velata, quando è posta nel luogo giusto, non dice soltanto: “non guardarmi ancora”. Sussurra qualcosa di più sottile: “immaginami”.

Marco Mattiuzzi 2026

By Marco Mattiuzzi

Artista poliedrico, ex docente e divulgatore, ha dedicato anni all'arte e alla comunicazione. Ha insegnato chitarra classica, esposto foto e scritto su riviste. Nel settore librario, ha promosso fotografia e arte tramite la HF Distribuzione, azienda specializzata nella vendita per corrispondenza. Attualmente è titolare della CYBERSPAZIO WEB & STREAMING HOSTING. Nel 2018 ha creato il gruppo Facebook "Pillole d'Arte" con oltre 65.000 iscritti e gestisce CYBERSPAZIO WEB RADIO dedicata alla musica classica. Collabora con diverse organizzazioni culturali a Vercelli, tra cui Amici dei Musei e Artes Liberales.
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