L’evoluzione del pregiudizio (e del mezzo)

Dalla fotografia agli algoritmi: ogni nuova tecnica incontra la stessa diffidenza, ma l’arte non risiede nello strumento, bensì nello sguardo che lo muove.

Quando nacque la fotografia, si decretò che non fosse arte: mancava la “mano”, mancava l’aura, mancava l’errore umano. Poco dopo si guardarono con sospetto i pittori che usavano fotografie al posto dei modelli dal vero: “trucco”, scorciatoia, indegnità. In camera oscura si condannarono i tagli d’inquadratura, le bruciature, i mascheramenti: alterazioni della realtà, quindi peccato.

Arrivò la manipolazione digitale: livelli, maschere, clonazioni, riscritture dell’immagine. Nuovo strumento, stesso verdetto. Poi la modellazione 3D, i motori di rendering, i mondi virtuali navigabili: materia immaginaria che simula la materia; spazi che non esistono eppure si possono abitare con lo sguardo. Anche qui molti alzarono il sopracciglio, come se l’estensione del gesto nel digitale fosse una colpa anziché una possibilità. Infine l’intelligenza artificiale: reti che generano forme, immagini e parole a partire da enormi alfabeti del mondo. E di nuovo, il mantra: “non è arte”.

La diffidenza non nasce col digitale. Il Novecento lo ha detto a chiare lettere: il gesto può essere linguaggio. Il colore gettato, colato, spruzzato; l’automatismo che lascia emergere ciò che la mente vigile censura; il taglio, la bruciatura, lo strappo. Ogni volta si è colpita la procedura, non la domanda che l’opera pone. Si è confuso il mezzo con il fine, l’effetto con il senso.

Qui si innesta la frase più “famosa” che risuona davanti a molte opere contemporanee, soprattutto concettuali: “Lo so fare anch’io.” È un riflesso quasi istintivo. Ma se fosse davvero così semplice, lo faresti, e avrebbe lo stesso peso? La risposta sta in tre piani che spesso passano inosservati.

  1. Scelta. Non il gesto in sé, ma la decisione di compierlo in quel modo, in quel contesto, con quella forma di necessità. Gettare colore non è un’azione qualsiasi quando diventa una posizione sul dipingere.

  2. Intenzione. Il perché del gesto. Che cosa interroga? Che cosa rifiuta? Che cosa aggiunge alla conversazione dell’arte? Senza intenzione, ogni azione scivola nell’esercizio.

  3. Responsabilità formale. Anche l’“apparente caso” ha una grammatica: ritmo, densità, equilibrio, relazioni tra parti. È ciò che fa esistere l’opera oltre l’istante della sua esecuzione.

La stessa triade vale nel digitale. Un ambiente 3D non è “meno” spazio perché è simulato, così come una fotografia non è “meno” luce perché è fissata su un supporto. Un’immagine generata con l’intelligenza artificiale non è “meno” immagine: è un altro modo di interrogare il visibile, di comporre segni con un alfabeto diverso. Come per ogni mezzo, il punto non è ciò che la macchina può fare, ma ciò che l’artista sceglie di farle fare, e perché.

Resta un equivoco: l’idea che la novità tecnica sia una scorciatoia. Nessuno confonde un violino Stradivari con il virtuosismo di chi lo suona. Allo stesso modo, Photoshop, un engine di rendering o un modello generativo non garantiscono di per sé un’opera. Offrono potenza, non visione. La visione richiede cultura, esercizio, giudizio, capacità di montare significati. Dove c’è solo effetto, resta l’effetto. Dove c’è progetto, nasce un linguaggio.

Vale anche per il gesto “a caso”. Se fosse davvero casuale, sarebbe replicabile all’infinito e, quindi, intercambiabile. Eppure non lo è: un buon “caso” è un caso composto, una negoziazione fra controllo e abbandono. Lì sta la differenza tra una macchia e una forma, tra uno strappo e una lacerazione carica di senso, tra un lancio di colore e un ritmo che organizza lo spazio.

Non chiediamoci “È arte?” e non ripetiamo “Lo so fare anch’io.” Chiediamoci piuttosto: che cosa rende necessario ciò che vedo? Quando la risposta esiste, la percepisci. A volte inquieta, a volte consola, quasi sempre cambia il tuo sguardo. 

Matita, pennello, dagherrotipo, camera oscura, software, motore 3D, visore, algoritmo: strumenti. La continuità non risiede nella setola o nel silicio, ma nell’uso che ne facciamo. C’è chi li impiega per replicare effetti e chi per costruire senso. Il resto è mestiere; l’arte comincia quando la tecnica non basta più da sola a spiegare ciò che accade sulla superficie, reale o virtuale, dell’opera.

Marco Mattiuzzi
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By Marco Mattiuzzi

Artista poliedrico, ex docente e divulgatore, ha dedicato anni all'arte e alla comunicazione. Ha insegnato chitarra classica, esposto foto e scritto su riviste. Nel settore librario, ha promosso fotografia e arte tramite la HF Distribuzione, azienda specializzata nella vendita per corrispondenza. Attualmente è titolare della CYBERSPAZIO WEB & STREAMING HOSTING. Nel 2018 ha creato il gruppo Facebook "Pillole d'Arte" con oltre 65.000 iscritti e gestisce CYBERSPAZIO WEB RADIO dedicata alla musica classica. Collabora con diverse organizzazioni culturali a Vercelli, tra cui Amici dei Musei e Artes Liberales.
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