In Europa, fra il XVII e il XVIII secolo, un vento nuovo aveva spazzato le vecchie certezze. Filosofi, scienziati, giuristi misero in discussione il diritto divino dei re, la pretesa della Chiesa di parlare a nome dello Stato, il dogma come fondamento della legge. Fu l’Illuminismo: un cantiere di idee che separò il trono dall’altare, aprì spazi di libertà e laicità, affidò alla ragione e alla scienza il compito di regolare la vita pubblica.
Nel mondo islamico, un simile terremoto non avvenne. La religione continuò a intrecciare il proprio destino con quello della politica. L’ideale del dīn – che in arabo significa insieme fede e ordine comunitario – non si limitava alla sfera del culto: era norma giuridica, codice sociale, architettura morale. Da qui la convinzione che il governante dovesse custodire non solo l’equilibrio civile, ma anche l’ortodossia religiosa.
Fin dai secoli medievali, le scuole giuridiche e gli ulama, i sapienti del diritto islamico, consolidarono un sistema che identificava legge divina e legge dello Stato. Quando, intorno al X secolo, si diffuse la tesi della “chiusura delle porte dell’ijtihād” – la facoltà di interpretare liberamente le fonti – l’innovazione teologica perse respiro. Al contrario dell’Europa che sperimentava l’autonomia della ragione, gran parte del pensiero islamico si avviò verso una lunga stabilità normativa.
Eppure, nel XIX e XX secolo, alcuni intellettuali provarono a scalfire questa unità. In Egitto, Ali ‘Abd al-Raziq pubblicò nel 1925 un libro destinato a far discutere: Islam e le fondamenta del potere. Sosteneva che il Corano e la tradizione profetica non imponevano un modello politico unico e che i musulmani potevano scegliere forme di governo laiche, purché giuste e giovevoli al bene comune. La reazione fu durissima: accusato di eresia, ‘Abd al-Raziq fu espulso da al-Azhar, l’università-simbolo dell’ortodossia.
Già qualche decennio prima, riformatori come Muhammad Abduh avevano auspicato un Islam capace di dialogare con la modernità scientifica. Ma il loro coraggio si arrestava sulla soglia della vera separazione: volevano un rinnovamento morale, non la scissione fra religione e politica. Il discepolo Rashid Rida, anzi, ribadì la necessità di un potere islamico forte, che tenesse unito il corpo della comunità.
Anche altrove si accesero dibattiti. Nell’India coloniale, il confronto fra Husain Ahmad Madani e Muhammad Iqbal mise in luce l’ambivalenza del tempo: il primo sognava una nazione pluralista, il secondo insisteva sull’unità spirituale dei musulmani come fondamento politico. Ma quasi ovunque la visione secolarizzante rimase minoritaria, osteggiata non solo dai governi ma da un diffuso sentimento popolare che vedeva nella religione l’ossatura stessa dell’identità.
Il Novecento aggiunse un altro strato di complessità. Mentre l’Occidente affrontava il proprio disincanto, pensatori come Abul A‘la Maududi rilanciavano l’idea di uno Stato interamente sottomesso alla legge divina (hakimiyya). Per loro, separare il potere dalla religione equivaleva a tradire l’Islam stesso. E nei decenni successivi, i movimenti islamisti nati tra Medio Oriente e Asia meridionale fecero di questa visione il proprio manifesto.
Non mancano, in tempi recenti, voci che tentano una strada diversa. Il filosofo iraniano Abdolkarim Soroush ha parlato di una religione che ispira etica ma non impone istituzioni; altri intellettuali del Maghreb e del Levante discutono di pluralismo e democrazia. Tuttavia restano minoranze fragili, spesso isolate o perseguitate.
Perché questo “illuminismo mancato”? Le ragioni sono molteplici. Storiche, perché il mondo musulmano ha conosciuto il trauma del colonialismo e della dominazione straniera, che ha trasformato la religione in bandiera identitaria. Teologiche, perché la distinzione fra legge civile e legge divina non è mai stata formulata con la stessa nettezza che l’Europa aveva elaborato nella lunga dialettica tra papi e imperatori. Culturali, perché concetti come “secolarismo” e “laicità” nascono in un contesto cristiano, difficile da tradurre senza fraintendimenti.
Il risultato è che, a differenza dell’Occidente, nel cuore del pensiero islamico non si è radicata un’idea condivisa di Stato neutrale rispetto alla fede. La religione continua a essere, per molti, il fondamento stesso della cittadinanza. E ogni volta che qualcuno ha tentato di scindere quei piani, la reazione è stata rapida e severa.
Eppure il dibattito non è chiuso. Nei caffè di Teheran, nelle università del Cairo, nei forum di Tunisi e Rabat, giovani filosofi, giuristi e teologi provano ancora a immaginare una modernità islamica capace di coniugare fede e libertà. Forse il loro lavoro non avrà i riflettori delle rivoluzioni, ma somiglia ai primi colpi di scalpello che, secoli fa, prepararono l’Europa alle sue grandi svolte.
L’illuminismo islamico, se mai avverrà, non sarà una copia del modello europeo. Dovrà nascere da un lessico nuovo, da una grammatica che appartenga davvero a quelle culture. Ma la storia, che pure non si ripete, conosce i tempi lunghi: anche ciò che sembra impossibile può maturare nel silenzio, lontano dalle cronache del momento.
Marco Mattiuzzi
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