Esistono imperi che attraversano gli oceani e altri che spostano continuamente le proprie frontiere. I primi arrivano con le flotte, occupano porti, fondano colonie e amministrano territori lontani dalla madrepatria. I secondi avanzano per terra, incorporano le regioni confinanti e trasformano progressivamente ciò che era esterno in una parte del proprio spazio politico.
La Russia appartiene soprattutto a questa seconda categoria. È un impero senza oceani, o meglio un impero che non ha avuto bisogno degli oceani per costruire il proprio dominio. La sua espansione si è sviluppata attraverso pianure, foreste, steppe e catene montuose: dalla Moscovia alla Siberia, dal Caucaso all’Asia centrale, dal Baltico alla Polonia, dalla Bessarabia all’Ucraina.
La continuità territoriale ha contribuito a rendere meno evidente la natura coloniale di questa avanzata. Quando una potenza conquista un territorio situato oltre il mare, la separazione tra colonizzatore e colonizzato appare immediata. Quando invece il dominio procede oltrepassando un confine terrestre, può essere presentato come riunificazione, normalizzazione, protezione delle popolazioni locali o recupero di terre considerate storicamente proprie.
È proprio questo il principio dell’impero senza oceani: la Russia non fonda necessariamente colonie separate dal proprio territorio, ma tende ad assorbirle, a trasformarle in province, repubbliche subordinate, Stati satelliti o zone d’influenza. L’esterno diventa interno; il vicino diventa periferia; la conquista viene riscritta come un ritorno.
Il colonialismo che non voleva essere chiamato colonialismo
Nel colonialismo russo il linguaggio ha sempre svolto una funzione decisiva. L’espansione non viene quasi mai descritta come conquista. È protezione, sicurezza, pacificazione, missione civilizzatrice, fratellanza tra popoli, difesa delle minoranze, risposta a una minaccia proveniente dall’esterno.
La formula cambia secondo le epoche, ma il meccanismo rimane riconoscibile.
L’Impero zarista presentava la propria avanzata nel Caucaso e nell’Asia centrale come un’opera di stabilizzazione e civilizzazione. L’Unione Sovietica sostituì il lessico imperiale con quello dell’internazionalismo socialista, sostenendo di liberare i popoli dal capitalismo e dal nazionalismo borghese. La Federazione Russa contemporanea parla invece di sicurezza strategica, mondo russo, denazificazione, tutela dei russofoni e opposizione all’accerchiamento occidentale.
Dietro queste narrazioni rimane una concezione gerarchica dello spazio. Al centro si trova Mosca; intorno, una serie di territori la cui sovranità viene considerata incompleta, condizionata o revocabile. Alcuni Stati possono esistere, purché non compiano scelte contrarie agli interessi russi. Possono avere una bandiera, un governo e un seggio alle Nazioni Unite, ma non una politica estera davvero autonoma.
In questa prospettiva, l’impero non coincide necessariamente con l’annessione formale. Può assumere la forma dell’occupazione militare, del governo fantoccio, della dipendenza economica, della presenza di basi permanenti, della manipolazione delle minoranze o della minaccia di intervento.
È una modalità di dominio particolarmente efficace perché permette alla potenza imperiale di negare persino l’esistenza dell’impero.
Il 1945 e la costruzione dell’Europa sovietica
La sconfitta del nazismo rappresentò una liberazione autentica per l’Europa, ma nei territori raggiunti dall’Armata Rossa la fine dell’occupazione tedesca non coincise sempre con il recupero della piena sovranità nazionale.
Alla conclusione della Seconda guerra mondiale, l’Unione Sovietica disponeva di una forza militare immensa e manteneva le proprie truppe in gran parte dell’Europa centrale e orientale. La presenza dell’Armata Rossa favorì l’ascesa dei partiti comunisti, l’eliminazione progressiva delle opposizioni e la formazione di governi subordinati a Mosca.
Nel giro di pochi anni Polonia, Germania orientale, Ungheria, Romania, Bulgaria e Cecoslovacchia furono inserite nel sistema sovietico. I dirigenti non comunisti vennero screditati, intimiditi, incarcerati o coinvolti in processi politici; le istituzioni furono trasformate secondo il modello imposto dal Cremlino.
Questi Paesi non furono incorporati formalmente nell’Unione Sovietica. Conservarono governi, parlamenti, eserciti e simboli nazionali. Tuttavia, la loro autonomia rimase limitata dalla presenza militare sovietica, dalla dipendenza economica, dal controllo dei partiti comunisti e dall’impossibilità di scegliere liberamente le proprie alleanze.
Era un impero composto anche da Stati apparentemente sovrani.
La definizione di zona cuscinetto utilizzata da Mosca conteneva già una precisa concezione geopolitica: la sicurezza sovietica richiedeva che i Paesi confinanti rinunciassero a una parte sostanziale della propria indipendenza. La loro funzione non era decidere autonomamente il proprio destino, ma proteggere il centro imperiale.
Il trauma dell’invasione tedesca offriva all’Unione Sovietica una ragione storica comprensibile per desiderare profondità strategica. Ma una necessità di sicurezza, anche quando nasce da un’esperienza reale, può trasformarsi in una dottrina di dominio. La paura dell’invasione finì per giustificare il diritto di controllare altri popoli.
Germania orientale: i carri armati contro gli operai
Il 17 giugno 1953 gli operai di Berlino Est e di numerose città della Repubblica Democratica Tedesca scesero in piazza contro l’aumento dei ritmi produttivi e contro il regime. Le proteste, inizialmente legate alle condizioni di lavoro, assunsero presto un carattere politico.
A reprimerle intervennero i carri armati delle forze sovietiche di occupazione insieme agli apparati della Germania orientale. Mosca dimostrò che il governo della Repubblica Democratica Tedesca poteva sopravvivere soltanto finché rimaneva inserito nel sistema militare sovietico.
La costruzione del Muro di Berlino nel 1961 rese visibile la contraddizione fondamentale del blocco orientale. Ufficialmente, il muro avrebbe dovuto proteggere il socialismo dalle aggressioni occidentali. Nella realtà, serviva soprattutto a impedire ai cittadini della Germania orientale di andarsene.
Un sistema che deve rinchiudere la propria popolazione per conservarla rivela la natura del proprio consenso.
Polonia: una sovranità sotto sorveglianza
La Polonia aveva già sperimentato direttamente l’espansionismo sovietico nel settembre 1939, quando l’Armata Rossa invase la parte orientale del Paese in applicazione degli accordi segreti del patto Molotov-Ribbentrop.
Dopo il 1945, il territorio polacco fu liberato dall’occupazione nazista, ma venne contemporaneamente inserito nella sfera di dominio sovietica.
Nel 1956 le proteste operaie di Poznań e la crisi politica che seguì fecero temere un intervento militare dell’Unione Sovietica. L’invasione fu evitata, ma la possibilità che i carri armati sovietici entrassero nel Paese rimase uno strumento di pressione.
La stessa minaccia tornò durante la crisi di Solidarność. Nel dicembre 1981 il generale Wojciech Jaruzelski impose la legge marziale, sospese le libertà civili, fece arrestare migliaia di oppositori e colpì il sindacato indipendente guidato da Lech Wałęsa.
L’intervento sovietico diretto non avvenne, ma incombeva sul Paese come una possibilità concreta, alimentata dai precedenti della Germania orientale, dell’Ungheria e della Cecoslovacchia.
La Polonia mostra una delle forme più sottili del dominio imperiale: non sempre è necessario occupare nuovamente un Paese quando il suo stesso governo agisce sapendo che l’alternativa potrebbe essere l’arrivo dell’esercito della potenza dominante.
Ungheria: la libertà schiacciata nel 1956
Nell’ottobre 1956 studenti, lavoratori e intellettuali ungheresi reclamarono libertà politiche, elezioni pluripartitiche e il ritiro delle truppe sovietiche.
Il governo guidato da Imre Nagy annunciò l’uscita dell’Ungheria dal Patto di Varsavia e proclamò la neutralità del Paese.
Mosca rispose con la forza.
Tra il 4 e l’8 novembre l’Armata Rossa entrò a Budapest, abbatté il governo, soffocò la rivolta e ristabilì un regime fedele al Cremlino. La repressione provocò vittime, arresti e la fuga di centinaia di migliaia di ungheresi.
L’intervento rese esplicita la regola fondamentale dell’Europa sovietica: uno Stato satellite poteva modificare alcune politiche interne, ma non poteva scegliere liberamente la propria collocazione internazionale.
La sovranità terminava nel momento in cui entrava in conflitto con la volontà di Mosca.
Cecoslovacchia: il limite imposto alla libertà
Nel 1968 il governo di Alexander Dubček avviò un processo di riforma passato alla storia come Primavera di Praga. Abolizione della censura, maggiore libertà di espressione, apertura della società e costruzione di un socialismo dal volto umano non significavano il ritorno al capitalismo né l’immediata uscita dal Patto di Varsavia.
Eppure persino quella limitata autonomia risultò intollerabile al Cremlino.
Nella notte tra il 20 e il 21 agosto 1968, le truppe del Patto di Varsavia guidate dall’Unione Sovietica invasero la Cecoslovacchia. I dirigenti riformatori furono arrestati e costretti ad accettare il ritorno all’ortodossia politica.
Da quell’intervento nacque la cosiddetta dottrina Brežnev della sovranità limitata: quando il socialismo fosse stato ritenuto in pericolo in uno Stato alleato, l’Unione Sovietica avrebbe rivendicato il diritto di intervenire.
Era una formulazione ideologica del principio imperiale secondo cui la periferia non appartiene completamente a sé stessa.
Oltre l’Europa: Afghanistan e repressione delle nazionalità
La proiezione sovietica non si limitò agli Stati dell’Europa orientale. Nel dicembre 1979 l’Armata Rossa invase l’Afghanistan, rovesciò la leadership comunista locale e instaurò un governo più affidabile.
L’intervento aprì una guerra durata quasi dieci anni, provocando devastazioni, spostamenti di popolazione e una lunga destabilizzazione regionale.
All’interno dell’Unione Sovietica, inoltre, numerose popolazioni subirono deportazioni, trasferimenti forzati, repressioni linguistiche e politiche di russificazione. Ceceni, ingusci, tatari di Crimea e altri gruppi furono accusati collettivamente di collaborazionismo e deportati durante il periodo staliniano.
L’Unione Sovietica si proclamava una federazione di popoli uguali, ma il potere politico, militare e culturale rimaneva fortemente concentrato a Mosca.
L’internazionalismo sovietico non cancellò completamente la struttura imperiale ereditata dallo zarismo: in molti casi la riorganizzò, sostituendo l’amministrazione dinastica con quella del partito.
Il 1991: la fine dell’Unione Sovietica, non della mentalità imperiale
La dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991 avrebbe potuto rappresentare la conclusione definitiva dell’impero. Quindici repubbliche divennero Stati indipendenti e i Paesi dell’Europa centro-orientale recuperarono progressivamente la propria autonomia.
Ma una parte importante della classe dirigente russa non interpretò quel processo come una decolonizzazione. Lo visse piuttosto come una perdita territoriale, una sconfitta geopolitica e una frattura da correggere.
Questa differenza di prospettiva è essenziale.
Per estoni, lettoni, lituani, ucraini, georgiani e molte altre popolazioni, il 1991 rappresentò il recupero dell’indipendenza. Per il nazionalismo russo, significò invece la separazione di territori e comunità appartenenti a un unico spazio storico.
Da questa nostalgia nacque gradualmente l’idea del mondo russo: una comunità non delimitata dai confini della Federazione Russa, ma definita dalla lingua, dalla cultura, dalla religione ortodossa, dalla memoria sovietica e dalla presenza di popolazioni russofone.
Una simile concezione consente a Mosca di rivendicare un interesse speciale verso milioni di persone che vivono in Stati indipendenti. La cittadinanza di quei Paesi passa in secondo piano; l’appartenenza culturale viene trasformata in una giustificazione geopolitica.
Cecenia: la riconquista della periferia ribelle
Negli anni Novanta, la Cecenia tentò di separarsi dalla Federazione Russa. La risposta di Mosca fu una guerra devastante.
La prima guerra cecena, iniziata nel 1994, si concluse con una sostanziale sconfitta russa; la seconda, avviata nel 1999, riportò il territorio sotto il controllo federale.
Grozny venne sottoposta a bombardamenti distruttivi e la popolazione civile pagò un prezzo enorme. La pacificazione successiva fu affidata a un regime locale autoritario e fedele al Cremlino.
Le guerre cecene ebbero anche una funzione politica interna. Dimostrarono che la Federazione Russa non avrebbe accettato ulteriori disgregazioni territoriali e contribuirono alla costruzione dell’immagine di Vladimir Putin come restauratore dell’ordine e dell’autorità statale.
La logica era già quella che sarebbe riapparsa altrove: ogni richiesta di autonomia poteva essere descritta come terrorismo; ogni resistenza al centro come minaccia esistenziale; ogni repressione come ristabilimento della legalità.
Moldova e Transnistria: congelare un conflitto per controllare uno Stato
Nel 1992 la Russia intervenne nel conflitto della Transnistria, regione separatista internazionalmente riconosciuta come parte della Moldova.
Mosca non ha formalmente annesso il territorio, ma vi mantiene una presenza militare e ha sostenuto per decenni le autorità separatiste.
Il conflitto congelato offre alla Russia uno strumento di pressione permanente sulla Moldova. L’esistenza di un territorio secessionista protetto militarmente da Mosca limita la libertà strategica del governo moldavo e rende più complesso qualsiasi avvicinamento alle istituzioni europee e occidentali.
È un modello che sarebbe stato applicato anche nel Caucaso e in Ucraina: sostenere una secessione, distribuire passaporti russi, mantenere truppe sul territorio e presentarsi contemporaneamente come parte mediatrice.
L’impero contemporaneo non ha sempre bisogno di conquistare l’intero Stato. Può essere sufficiente impedirgli di essere pienamente sovrano.
Georgia: la guerra e le annessioni
Dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, la Russia sostenne i separatismi dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud. Nell’agosto 2008 il conflitto tra Georgia e Russia si trasformò in una guerra aperta.
Al termine delle operazioni, Mosca riconobbe l’indipendenza delle due regioni e consolidò la propria presenza militare. Non si trattò di un’annessione formale, ma di una separazione imposta e garantita dalla potenza russa.
Anche in questo caso, la retorica ufficiale si fondò sulla protezione delle popolazioni locali e sulla risposta a un’aggressione. Il risultato concreto fu però la perdita del controllo georgiano su una parte del territorio riconosciuto internazionalmente.
La guerra del 2008 rappresentò un passaggio fondamentale. Dimostrò che la Russia post-sovietica era nuovamente pronta a usare le forze armate per impedire a uno Stato confinante di allontanarsi dalla propria sfera d’influenza.
Ucraina: la colonia che rifiuta di essere periferia
L’Ucraina occupa un posto centrale nell’immaginario imperiale russo. Non è considerata soltanto un vicino strategico, ma una componente essenziale della storia, della cultura e della potenza russa.
Proprio questa presunta vicinanza rende particolarmente evidente il carattere coloniale del rapporto.
Il colonialismo non consiste soltanto nell’affermare che un popolo è inferiore. Può manifestarsi anche nella negazione della sua alterità: non siete un altro popolo, non possedete una storia realmente autonoma, la vostra lingua è una variante della nostra, il vostro Stato è un artificio, la vostra indipendenza è un errore.
Nel 2014 la Russia occupò e annesse la Crimea e sostenne militarmente le forze separatiste nelle regioni orientali dell’Ucraina.
Il 24 febbraio 2022 avviò un’invasione su vasta scala, presentata come un’operazione necessaria per proteggere il Donbass, denazificare il Paese e contrastare la NATO.
Nel settembre 2022 Mosca proclamò inoltre l’annessione delle regioni di Donetsk, Luhansk, Kherson e Zaporizhzhia, pur senza controllarle integralmente.
La guerra mostra con chiarezza il principio dell’impero senza oceani: la Russia non considera definitivamente stabiliti i confini nati dal 1991. Li interpreta come linee provvisorie, subordinate alla propria visione della storia e alle proprie esigenze strategiche.
L’Ucraina non viene aggredita soltanto perché intende avvicinarsi all’Occidente. Viene aggredita anche perché pretende di definire autonomamente la propria identità.
La sua colpa, nell’ottica imperiale, non consiste semplicemente nello scegliere un’alleanza diversa. Consiste nel voler essere altro dalla Russia.
Siria e Libia: il ritorno della proiezione imperiale
L’intervento militare russo in Siria, iniziato nel 2015, salvò il regime di Bashar al-Assad da un possibile collasso.
L’aviazione russa partecipò a campagne di bombardamento su numerosi centri abitati, comprese aree di Aleppo e altre città coinvolte nella guerra.
La Russia non provocò da sola la guerra civile siriana né può essere considerata l’unica responsabile dei milioni di profughi prodotti dal conflitto. Tuttavia, il suo intervento contribuì in modo decisivo alla sopravvivenza del regime e all’intensificazione delle operazioni militari contro le aree controllate dalle opposizioni.
La Siria offrì a Mosca basi militari nel Mediterraneo, influenza diplomatica e la possibilità di presentarsi nuovamente come potenza globale.
In Libia, la Russia sostenne Khalifa Haftar anche attraverso mercenari del gruppo Wagner, contrapponendosi alle autorità di Tripoli riconosciute dalle Nazioni Unite.
Pure in questo caso l’intervento combinò interessi militari, accesso alle risorse, controllo delle infrastrutture e pressione geopolitica sul Mediterraneo.
Non era più l’impero sovietico, ma la logica della proiezione di potenza rimaneva riconoscibile.
Africa: mercenari, risorse e regimi militari
Negli ultimi anni Mosca ha rafforzato la propria presenza in Africa attraverso accordi militari, forniture di armi, campagne di propaganda, protezione dei governi e impiego di formazioni mercenarie.
Il gruppo Wagner ha operato soprattutto in Libia, Sudan, Repubblica Centrafricana, Mali e Mozambico. Dopo la crisi interna seguita alla morte di Evgenij Prigožin, parte di queste attività è stata progressivamente assorbita dall’Africa Corps, struttura più direttamente collegata al ministero della Difesa russo.
In Mali e nella Repubblica Centrafricana, forze russe o riconducibili a Wagner sono state accusate di esecuzioni sommarie, torture, violenze contro i civili e saccheggi.
In cambio della protezione politica e militare offerta ai governi locali, Mosca ha ottenuto influenza, accesso alle risorse e una crescente presenza strategica.
Non è corretto sostenere senza prove che la Russia abbia organizzato direttamente tutti i colpi di Stato avvenuti in Mali, Burkina Faso e Niger. È invece documentabile che abbia sfruttato il deterioramento dei rapporti tra le giunte militari e i Paesi occidentali, presentandosi come partner alternativo e sostenendo politicamente i nuovi regimi.
Il modello ricorda per alcuni aspetti le pratiche coloniali tradizionali: protezione delle élite al potere, presenza armata, controllo o sfruttamento delle risorse, dipendenza militare e costruzione di una narrazione ideologica favorevole alla potenza esterna.
Cambia il linguaggio. Le strutture del dominio, molto meno.
Bielorussia: l’indipendenza svuotata
La Bielorussia non è stata formalmente annessa dalla Federazione Russa e rimane uno Stato riconosciuto internazionalmente. Tuttavia, la sua dipendenza politica, economica e militare da Mosca è diventata sempre più profonda.
Il regime di Aleksandr Lukašenko è sopravvissuto alle proteste interne anche grazie al sostegno russo. Il territorio bielorusso è stato utilizzato per operazioni militari contro l’Ucraina e l’integrazione tra i due Paesi si è intensificata nei settori della difesa, dell’economia e della sicurezza.
Parlare di annessione sarebbe giuridicamente inesatto. Parlare di sovranità piena sarebbe politicamente ingenuo.
La Bielorussia rappresenta una delle forme più avanzate di subordinazione senza incorporazione: uno Stato conserva l’indipendenza formale, mentre le sue possibilità di scelta si riducono progressivamente.
Sicurezza o espansionismo?
La Russia giustifica frequentemente la propria politica estera richiamandosi alla sicurezza. L’espansione della NATO, le invasioni subite nel corso dei secoli, la perdita della profondità strategica e il timore dell’accerchiamento vengono indicati come ragioni fondamentali del comportamento di Mosca.
Queste percezioni non possono essere semplicemente ignorate. La storia russa è segnata da invasioni devastanti, da Napoleone alla Germania nazista. La dissoluzione dell’Unione Sovietica ha inoltre provocato un ridimensionamento geopolitico senza precedenti.
Comprendere queste paure, tuttavia, non significa riconoscere alla Russia il diritto di limitare la sovranità degli Stati vicini.
Ogni impero ha presentato la propria espansione come una necessità. L’Impero britannico parlava di protezione delle rotte e civilizzazione. La Francia invocava la propria missione culturale. Gli Stati Uniti hanno spesso richiamato la sicurezza, la stabilità o la difesa della libertà.
La Russia non costituisce un’eccezione morale alla storia degli imperi. Utilizza un lessico specifico per rendere accettabile il medesimo principio: la sicurezza della potenza dominante vale più dell’autonomia dei popoli collocati lungo i suoi confini.
Il problema sorge quando la sicurezza di uno Stato richiede l’insicurezza permanente di tutti gli altri.
Non una colpa eterna, ma una struttura storica
Parlare di imperialismo russo non significa attribuire una colpa collettiva ed eterna ai russi. Non esistono popoli condannati per natura all’espansione né nazioni geneticamente imperialiste.
Esistono però strutture politiche, culture strategiche, apparati militari e narrazioni storiche capaci di riprodursi attraverso regimi differenti.
La Russia zarista, l’Unione Sovietica e la Federazione Russa non sono la stessa cosa. Differiscono per ideologia, istituzioni, economia e società. Sarebbe storicamente scorretto sovrapporle completamente.
Eppure tra queste tre esperienze emerge una continuità: la difficoltà ad accettare che le periferie possano diventare soggetti autonomi; la tendenza a considerare i Paesi confinanti come uno spazio di sicurezza riservato; l’uso della forza per impedire l’allontanamento dalla sfera di Mosca; la negazione o riduzione delle identità nazionali concorrenti.
Lo zarismo parlava di autocrazia e missione civilizzatrice. L’Unione Sovietica di internazionalismo e difesa del socialismo. La Russia contemporanea di mondo russo, sicurezza e multipolarismo.
Il vocabolario cambia. La geografia del potere rimane sorprendentemente stabile.
Riconoscere l’impero
Per molto tempo l’Occidente ha riconosciuto più facilmente il colonialismo quando arrivava dal mare. Le colonie britanniche, francesi, spagnole, belghe e portoghesi apparivano chiaramente separate dalle rispettive metropoli.
L’impero russo, invece, si estendeva attraverso territori contigui. Non doveva attraversare un oceano: gli bastava spostare il confine.
Questa caratteristica gli ha consentito di presentare molte conquiste come processi naturali di integrazione. Le popolazioni assorbite potevano essere descritte come fratelli minori, comunità arretrate da modernizzare, nazioni artificiali o parti separate di un’unica civiltà.
Ma la continuità geografica non cancella il colonialismo. Una terra non smette di essere conquistata soltanto perché confina con quella del conquistatore.
L’impero senza oceani non pianta necessariamente una bandiera su una costa lontana. Installa una base militare, impone un governo fedele, modifica un alfabeto, deporta una popolazione, distribuisce passaporti, alimenta una secessione, riscrive un manuale scolastico.
Soprattutto, pretende di spiegare agli altri chi siano davvero.
È questo il tratto più profondo dell’imperialismo russo: non soltanto la volontà di controllare territori, ma quella di delimitare l’identità e le possibilità politiche dei popoli che abitano intorno alla Russia.
Da Berlino Est a Budapest, da Praga a Varsavia, da Grozny a Tbilisi, dalla Transnistria alla Crimea, ritorna la medesima domanda: fino a che punto una nazione vicina a Mosca può scegliere autonomamente il proprio destino?
La storia degli ultimi ottant’anni suggerisce una risposta inquietante.
Può farlo finché la sua scelta non contraddice la volontà del centro.
Quando accade, l’impero torna a muoversi.
Non arriva dal mare.
Avanza.
Marco Mattiuzzi 2026
Marco Mattiuzzi è artista e scrittore. Nei suoi articoli affronta i mutamenti culturali e sociali del presente attraverso l’arte, la memoria e il pensiero critico.






