L’invenzione del supplizio: perché guardiamo ciò che condanniamo

L’immaginazione come officina del terrore

C’è un istante, in ogni mostra dedicata alla tortura, in cui la curiosità storica si incrina e lascia filtrare qualcosa di più profondo. Ci si accorge che i marchingegni esposti, con la loro geometria crudele, non sono soltanto testimonianze di violenze passate, ma specchi che ci interrogano. Segni di una memoria interiore e, insieme, di un immaginario ancora vivo.

La cosa curiosa è che molti degli strumenti oggi considerati “medievali” non appartengono affatto al Medioevo. Sono invenzioni tarde, figlie dell’Ottocento romantico e della sua ossessione per tutto ciò che aveva un sentore di arcano. Sgabelli irti di punte, sedie inquisitorie, maschere di ferro: la maggior parte di questi oggetti ha più a che fare con il gotico letterario che con le segrete dei tribunali ecclesiastici.

Non erano concepiti per punire davvero, ma per raccontare.
O meglio: per evocare.

L’Europa dell’Ottocento, attraversata da spiritualismo, magnetismo, sedute spiritiche, ipnosi e romanzi dark, sentiva il bisogno di abitare un territorio intermedio tra storia e fantasia. La tortura reale era troppo prosaica; quella reinventata permetteva di modellare il dolore come un oggetto estetico.
La crudeltà, filtrata dall’immaginazione, diventava affascinante.

Perché? Perché lo sguardo umano è attratto dal limite: la soglia tra potere e sottomissione, tra integrità e perdita di controllo. Un confine che non appartiene solo alla violenza, ma anche al desiderio. Ogni dispositivo che immobilizza, costringe, espone un corpo, parla un linguaggio che la psiche riconosce prima di comprenderlo. È un idioma antico, più vicino al rito che alla morale.

Di fronte a una gogna lignea o a un carégon veneziano, il visitatore moderno prova un’emozione ambigua. Non è empatia per la vittima, né compiacenza per il carnefice. È piuttosto il fremito che nasce quando ciò che temiamo ci guarda da una distanza sicura.
L’esposizione senza il rischio.
La catena senza il nodo sul polso.

È lo stesso tipo di brivido che, in forme più consensuali, anima il mondo del bondage: l’estetica del vincolo, la ritualità del cedere, il teatro del potere condiviso. Non c’è equivalenza morale, ma esiste una parentela simbolica. Il corpo, anche quando non agisce, legge quei segni. Capisce ciò che una postura forzata rappresenta. Intuisce la promessa e la minaccia che convivono in un laccio, in una cinghia, in una struttura di legno pensata per sospendere o immobilizzare.

Quel richiamo non è un istinto sadico nascosto: è una memoria arcaica.
Siamo creature costruite per temere il pericolo, e per essere attratte dal suo margine.

 

Se molte macchine ottocentesche non furono mai usate davvero, perché allora costruirle? Perché esporle?
Perché osservare ciò che condanniamo?

Forse perché il dolore reale paralizza, mentre il dolore immaginato racconta. La tortura come concetto, più che come pratica, diventa un dispositivo narrativo attraverso cui esplorare le zone oscure della psiche. Non serve infliggere nulla: basta contemplarne la forma.
L’immaginazione fa il resto, come se il corpo sapesse leggere il significato prima dell’immagine.

Le mostre che espongono tali oggetti rivelano questa ambivalenza. Le spiegazioni parlano di giudici, inquisitori, giuristi; le illustrazioni mostrano corpi legati, posture innaturali, scene fisse come quadri. Ma il visitatore, senza ammetterlo, sta guardando qualcos’altro: sta osservando una parte di sé.
Una zona in cui il macabro diventa linguaggio e il linguaggio diventa desiderio simbolico.

La psiche non funziona per compartimenti. Non separa nettamente ciò che è paura da ciò che è attrazione.
Il limite, quando lo si contempla, genera sempre un’eco.

La tortura inventata dell’Ottocento, così lontana dalla storicità ma così vicina a ciò che ci inquieta, diventa allora un modo per esplorare senza rischiare. Un laboratorio dell’immaginazione dove la crudeltà si trasforma in estetica, l’angoscia in racconto, la sottomissione in simbolo.
E se il simbolo sfiora la dimensione erotica, non è perché approviamo la violenza: è perché la mente, per difendersi da ciò che la spaventa, lo trasforma in qualcos’altro. Lo rende conoscibile.

È un meccanismo antichissimo.
E non scomparirà finché avremo occhi per guardare e immaginazione per ricomporre.

Alla fine, il vero strumento di supplizio non è in vetrina.
Non è fatto di ferro né di legno.

È la nostra capacità di generare immagini.
È il luogo sotterraneo in cui paura, desiderio e storia si mescolano senza chiedere il permesso alla morale.

Forse è per questo che torniamo nelle sale delle mostre:
non per guardare ciò che è stato fatto agli altri, ma per scrutare ciò che abita in noi.
Per vedere, in quelle sagome rigide, la forma distorta di qualcosa che non osiamo confessare, ma che continua a parlarci attraverso l’ombra.

Marco Mattiuzzi 2025

Impressioni dopo al visita alla mostra “Anno Domini 1307 – Templari, Inquisizione, eresie a Vercelli
Ex Chiesa si Santa Chiara, C.so Libertà 300, Vercelli
dal 29 novembre al 7 dicembre 2025

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By Marco Mattiuzzi

Artista poliedrico, ex docente e divulgatore, ha dedicato anni all'arte e alla comunicazione. Ha insegnato chitarra classica, esposto foto e scritto su riviste. Nel settore librario, ha promosso fotografia e arte tramite la HF Distribuzione, azienda specializzata nella vendita per corrispondenza. Attualmente è titolare della CYBERSPAZIO WEB & STREAMING HOSTING. Nel 2018 ha creato il gruppo Facebook "Pillole d'Arte" con oltre 65.000 iscritti e gestisce CYBERSPAZIO WEB RADIO dedicata alla musica classica. Collabora con diverse organizzazioni culturali a Vercelli, tra cui Amici dei Musei e Artes Liberales.
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