A Vercelli, quella primavera che avrebbe dovuto inaugurare il dopoguerra, un uomo cadde contro un muro. Si chiamava Luigi “Gigi” De Fabianis, nato a Villarboit nel 1892, fotografo di professione e, per almeno trent’anni, occhio della città. Aveva fissato su vetri e carte la vita vercellese: il calcio della Pro, le inaugurazioni, i cantieri del Novecento, i volti di chi passava e restava. Un cronista con l’obiettivo, non un tribuno. Il 28 maggio 1945, secondo gli atti, un tribunale partigiano lo processò al mattino e lo fece fucilare nel pomeriggio nel cortile del carcere cittadino. Così finì un uomo. Poco dopo – anzi, già nei giorni della Liberazione – finì anche la sua opera: l’insegna del negozio fu sostituita con “Fotocronisti Baita” e il grande archivio De Fabianis scomparve, come in una scrupolosa damnatio memoriae.
C’è un dettaglio che racconta più di molte perizie: tra i firmatari della condanna figuravano i comandanti Carlo Gasparro, Franco Moranino, Silvio Ortona e i partigiani Adriano Ferraris e Luciano Giachetti, detto “Baita”. Giachetti era un fotografo. Ed è il nome che, di lì a poco, comparve proprio sopra la vetrina che era stata di De Fabianis. La storia non ama le coincidenze, e quando lo fa è perché qualcuno ha già messo tutto in fila per noi.
Per capire il contesto bisogna tornare alle regole del tempo. Non bastavano mestiere e clientela: per lavorare servivano tessere e bolli. Gli impiegati pubblici lo sanno; i fotografi lo sapevano ancora meglio, perché per esercitare professionalmente occorreva la licenza della Questura. Licenza obbligatoria ancora fino a pochi anni fa. Senza, niente lavoro. Anche De Fabianis la ebbe e, come la grande maggioranza, risultò iscritto al Partito Nazionale Fascista. Era il prezzo amministrativo dell’epoca – un lasciapassare più che una militanza – che dopo il 1943 divenne stigma. Sta di fatto che, negli ultimi mesi, Gigi si attirò addosso parecchie ostilità: rifiutò servizi di parata, scontentò gerarchi, e in una circostanza – stando a testimonianze raccolte – si adoperò perché un giovane partigiano ottenesse un processo che gli salvò la vita. Non la salvò a lui.
Quello che la città ha perso non è solo un uomo, ma un patrimonio. La Camera di Commercio registrò il trapasso dell’attività “per soppressione del precedente titolare”. Poi il buio: decine di migliaia di immagini volatilizzate. Svanirono i negativi della Pro Vercelli che allora dettava legge sui campi; le cronache degli sport “minori” – scherma, atletica, pallacanestro – che qui minori non erano; gli scatti delle grandi trasformazioni urbane, dall’Opera Nazionale Dopolavoro ai palazzi del nuovo corso. È la rimozione scientifica della memoria: si elimina l’autore, si smantella l’archivio, si cambia l’insegna. A quel punto, che cosa resta?
Resta l’evidenza – spesso ignorata – che Vercelli non fosse affatto periferia. La tradizione fotografica cittadina nasce nell’Ottocento con Tarchetti e i Castellani, prosegue con Boeri e con Pietro Masoero, si fa rete di botteghe e professionisti già nei primi del Novecento. Negli anni Trenta gli studi sono diversi, segno di una domanda viva e di una cultura visiva diffusa. Dentro questa trama si colloca De Fabianis: prolifico, puntuale, onnivoro. Eppure è lui a scomparire, due volte: prima dal cortile del carcere, poi dalle pagine della città.
Non è questione di assoluzioni né di santini: se De Fabianis ebbe colpe, spettava provarle – non presumerle. Il punto è un altro, più civile che giudiziario: una comunità che cancella la propria documentazione si priva degli strumenti per capirsi. La verità, si sa, non è mai un monolite – è una ricerca. E la ricerca ha bisogno di fonti. Togliete le fonti e resteranno solo le versioni. È successo spesso in quel tornante di storia: la furia ha regolato conti veri e presunti, l’opportunità ha dettato tempi e firme, il diritto si è accomodato alla politica. E quando a decidere del destino di un fotografo è un altro fotografo che, a stretto giro, ne eredita vetrina e attrezzature, la domanda diventa inevitabile: siamo sicuri di aver chiamato giustizia ciò che somigliava molto alla convenienza?
Di lui, Pino Marcone, storiografo vercellese e commediografo, scrisse:
“Settant’anni fa cadeva sotto il fuoco fratricida, vittima dell’invidia umana, il fotografo Mario Luigi De Fabianis, che ancora attende un giusto e meritato riconoscimento per aver documentato con il suo obiettivo trent’anni di vita vercellese.”
Ognuno coltivi i propri pezzi – i documenti, le immagini, le testimonianze – e li metta in fila. Ne tragga conclusioni oneste, senza sconti, senza vendette. Ma una regola dovrebbe valere per tutti: non c’è futuro che nasca dalla cancellazione del passato. Luigi De Fabianis non fu un eroe, forse non fu un innocente perfetto. Fu un professionista che ha raccontato la città con più onestà di quanto la città sia riuscita a raccontare lui. E questo, oggi, è il vero imbarazzo.
Marco Mattiuzzi
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