C’è chi prega con le labbra, chi con il cuore, e adesso anche con un algoritmo. Si chiama NurAI, ed è il nuovo chatbot sviluppato in Malesia – Paese ad alta densità musulmana – dalla società Zetrix AI con tecnologia DeepSeek. Ufficialmente nasce per “assistere i musulmani” nella vita quotidiana, fornendo consigli su tutto: dalla finanza alle relazioni familiari, dalla dieta halal alla gestione del tempo. In pratica, un confessore digitale sempre con te, pronto a sussurrarti cosa è giusto e cosa è sbagliato. Il tutto filtrato da un algoritmo addestrato su testi religiosi e approvato da una commissione di studiosi. Un software travestito da coscienza, pronto a entrare in tasca e, lentamente, nella testa.
La genialità — se così vogliamo chiamarla — sta nel fatto che non impone: consiglia. Ti accompagna con tono rassicurante, ti aiuta a “fare la scelta giusta” fino a quando quella scelta diventa automatica, quasi naturale. Così l’Islam istituzionale, senza alzare la voce e senza forzare la mano, può normare ogni gesto trasformandolo in una decisione che credi tua.
Non è la religione il problema, ma la sua riduzione a procedura. Montaigne ammoniva che “la più grande cosa del mondo è saper appartenere a sé stessi”. Qui, invece, ci si consegna a un’entità impersonale che restituisce la vita in formato compatibile con un codice sorgente. All’inizio ti rassicura: piccoli consigli, indicazioni di buon senso. Poi, piano piano, diventa la voce interna che decide al posto tuo.
Kierkegaard temeva la folla perché dissolve la responsabilità del singolo; qui non c’è folla, c’è un’unica mente artificiale, opaca, che si sostituisce a te. E Pascal ci aveva avvertiti: il male trova il suo terreno più fertile quando si traveste da virtù, e in questo caso la virtù arriva confezionata in risposte brevi, veloci, senza esitazione. Ma la morale, quella vera, vive di esitazioni, di dubbi, di domande a cui non è detto che esista una risposta.
Benjamin Constant parlava della libertà dei moderni come del diritto di determinare la propria vita privata senza intromissioni. Ma se l’intromissione avviene dall’interno, attraverso un “consiglio” che si ripete giorno dopo giorno, con la pazienza di una goccia che scava, quanto ci metteremo a chiamarla nostra? E quando finalmente sarà diventata nostra, sarà troppo tardi per distinguerla da ciò che ci è stato inoculato.
Forse dovremmo ricordare Socrate, che preferì morire piuttosto che smettere di interrogare sé stesso e la città. Lui cercava domande, non risposte preconfezionate. Noi invece sembriamo felici di scambiare la fatica del pensare con la comodità dell’ascoltare.
E qui sta il punto più scomodo: l’Islam istituzionale non lascia molto spazio alla diversità, perché pretende di normare ogni gesto, ogni parola, ogni scelta, dalla finanza alla cucina, dal matrimonio al tempo libero. Con NurAI questa spinta al controllo entra in una nuova fase: non serve più il polso della legge o l’occhio dell’imam, basta la carezza invisibile dell’algoritmo. Ci convincerà che la nostra vita è “nostra”, mentre in realtà sarà solo una copia conforme a un modello unico. Un modello dove il diverso non è contemplato, e l’eccezione è solo un errore di sistema da correggere al prossimo aggiornamento.
Marco Mattiuzzi
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