Quando il restauro diventa installazione: le impalcature come arte involontaria nella chiesa dei Gesuiti di Venezia

Dentro Santa Maria Assunta dei Gesuiti, il cantiere interrompe la visione abituale ma genera una nuova forma di bellezza: un’architettura provvisoria che sembra un’opera contemporanea e che rende possibile il ritorno alla luce delle opere del passato.

Entrare nella chiesa di Santa Maria Assunta dei Gesuiti, a Venezia, in questo momento, significa accettare uno spostamento dello sguardo. Non si entra soltanto in uno spazio sacro, né soltanto in un capolavoro del barocco veneziano. Si entra in una soglia intermedia, in un luogo sospeso in cui l’arte storica e la funzionalità tecnica si toccano fino quasi a confondersi.

Per molti visitatori, un’impalcatura dentro una chiesa rappresenta una ferita visiva. Interrompe la contemplazione, spezza l’armonia, si impone come un corpo estraneo nel cuore di un edificio pensato per elevare l’occhio e lo spirito. Eppure, fermandosi qualche minuto in più, lasciando che la prima resistenza si consumi, accade qualcosa di inatteso: quella foresta metallica smette di apparire come un semplice ingombro e comincia a rivelarsi come una presenza autonoma, quasi come un’opera contemporanea insediata provvisoriamente dentro il tempio.

Le impalcature che oggi attraversano la navata della chiesa dei Gesuiti non sono soltanto uno strumento di lavoro. Hanno una struttura, un ritmo, una cadenza spaziale. Disegnano linee severe che si rincorrono verso l’alto, moltiplicano i punti di fuga, trasformano il vuoto in trama. I tubi, le giunture, le passerelle, i piani sospesi, le scale interne: tutto concorre a formare una geometria rigorosa, quasi ossessiva, che dialoga con la ricchezza decorativa della chiesa in una maniera sorprendente. Da una parte il marmo, gli stucchi, le volute, gli ori e gli apparati illusionistici del barocco; dall’altra una griglia fredda, seriale, tecnica, che sembra provenire da un altro tempo e da un altro linguaggio. Eppure le due dimensioni non si annullano. Si mettono in tensione. Si sfidano. Si illuminano a vicenda.

Guardando quelle strutture dal centro della navata, si ha l’impressione di trovarsi davanti a un’installazione site-specific concepita per interrogare il rapporto tra ordine e caos, tra permanenza e transitorietà, tra lo splendore del passato e la nuda necessità del presente. Le impalcature costruiscono una cattedrale dentro la cattedrale. Una seconda architettura, provvisoria ma potentissima, si innalza all’interno della prima. Non possiede il fasto delle superfici decorate, ma ha una propria solennità austera. Non chiede devozione, ma attenzione. Non promette eternità, ma rende visibile il lavoro silenzioso che ogni eternità richiede per non sbriciolarsi.

Forse il disagio nasce proprio da qui. Dalla difficoltà, ancora molto diffusa, ad accettare che la bellezza possa emergere anche da ciò che non nasce per essere bello. Siamo educati a distinguere nettamente tra opera e servizio, tra creazione e manutenzione, tra ciò che merita di essere osservato e ciò che dovrebbe restare invisibile. Ma esistono momenti in cui questa distinzione vacilla. E allora l’impalcatura, da semplice protesi del restauro, diventa immagine, presenza plastica, organismo temporaneo che modifica la percezione dello spazio e ne riscrive il significato.

C’è poi un altro aspetto, più profondo, che rende queste strutture degne di essere contemplate. Montare impalcature di questa complessità non è un gesto neutro. Richiede calcolo, visione, precisione, intelligenza costruttiva. Richiede, in una parola antica e ancora preziosa, ingegno. Nulla, in un apparato simile, è lasciato al caso. Ogni snodo deve reggere, ogni altezza deve corrispondere a una funzione, ogni passaggio deve consentire accesso, sicurezza, continuità operativa. È una macchina temporanea pensata con rigore quasi architettonico. E proprio in questo suo carattere di architettura effimera risiede una parte della sua forza estetica.

Non è un’opera concepita per i musei, non è firmata, non cerca spettatori. Nasce per servire altro. Eppure, proprio perché ignora la propria possibile bellezza, finisce per possederne una più schietta, più spoglia, quasi involontaria. È un’arte a sua insaputa. Un’arte che non rivendica sé stessa e che per questo, paradossalmente, può apparire ancora più autentica.

Nella chiesa dei Gesuiti, questo cortocircuito visivo e simbolico si intensifica. Le impalcature non si limitano a occupare lo spazio: lo sezionano, lo reinterpretano, lo obbligano a raccontarsi in modo nuovo. Le superfici marmoree del pavimento, con i loro disegni geometrici, sembrano proseguire idealmente nel reticolo metallico che sale verso le volte. Le cantorie, i pulpiti, gli apparati decorativi sbucano fra le maglie del cantiere come reliquie affiorate da una città imprigionata. La luce, filtrando tra i livelli sospesi, non accarezza più soltanto gli altari e le cornici, ma si frantuma sulle aste d’acciaio, creando un paesaggio inaspettato, quasi industriale, dentro uno dei luoghi più teatrali della spiritualità veneziana.

In questa sovrapposizione di linguaggi si avverte qualcosa di raro: la bellezza non come stato compiuto, ma come processo. Non come immagine intatta da consumare, bensì come organismo fragile che ha bisogno di cura, di intervento, di mani e di tempo. Il restauro, in fondo, è l’atto più umile e più necessario che si possa compiere nei confronti dell’arte. Non aggiunge gloria. Non inventa dal nulla. Si mette al servizio di ciò che esiste, cercando di sottrarlo all’usura, all’abbandono, alla polvere dei secoli. E le impalcature sono il volto più evidente di questo servizio.

Per questo la loro presenza non dovrebbe essere letta soltanto come una sospensione della bellezza, ma anche come la sua forma intermedia. Sono il segno visibile di una rinascita in preparazione. Una novella opera, inconsapevole e temporanea, che si erge non per sostituire le opere d’arte custodite dalla chiesa, ma per consentire loro di tornare a respirare. È quasi commovente pensarlo: una costruzione anonima, fredda, tecnica, nata per durare poco, si sacrifica affinché ciò che è stato creato per durare nei secoli possa continuare a farlo.

C’è in questo un insegnamento che va oltre il caso specifico. Forse tutta la bellezza, per restare viva, ha bisogno di attraversare fasi in cui appare sfigurata, coperta, interrotta. Forse il nostro errore è pretendere dall’arte una perfezione sempre esposta, sempre pronta, sempre disponibile al nostro sguardo. Invece anche i capolavori conoscono il tempo della cura, della nudità, dell’impalcatura. Conoscono il cantiere. E il cantiere, se osservato senza pregiudizi, non è il nemico della bellezza: è il suo momento più onesto.

Dentro la chiesa dei Gesuiti, a Venezia, queste strutture metalliche sembrano ricordarcelo con ostinazione. Disturbano, certo. Interrompono la visione abituale. Ma proprio per questo obbligano a vedere meglio. Non soltanto ciò che coprono, ma anche ciò che rivelano: la complessità del custodire, la dignità del lavoro nascosto, la strana grazia delle forme nate per necessità e finite, quasi loro malgrado, nel territorio dell’arte.

E allora sì, si può anche scegliere di guardarle così: non come un’offesa all’armonia del luogo, ma come una delle sue metamorfosi più sorprendenti. Una grande installazione involontaria nel cuore di Venezia. Una selva di metallo che, invece di negare la bellezza, le presta per un tratto il proprio corpo.

Marco Mattiuzzi 2026

By Marco Mattiuzzi

Artista poliedrico, ex docente e divulgatore, ha dedicato anni all'arte e alla comunicazione. Ha insegnato chitarra classica, esposto foto e scritto su riviste. Nel settore librario, ha promosso fotografia e arte tramite la HF Distribuzione, azienda specializzata nella vendita per corrispondenza. Attualmente è titolare della CYBERSPAZIO WEB & STREAMING HOSTING. Nel 2018 ha creato il gruppo Facebook "Pillole d'Arte" con oltre 65.000 iscritti e gestisce CYBERSPAZIO WEB RADIO dedicata alla musica classica. Collabora con diverse organizzazioni culturali a Vercelli, tra cui Amici dei Musei e Artes Liberales.
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