C’è qualcosa di profondamente simbolico, e insieme doloroso, in questa cornice vuota collocata davanti al Pellegrinaggio ad Oropa di Lorenzo Delleani che si trova a Palazzo Mazzetti di Asti.
Un dipinto che nasce come atto di fede, come fatica condivisa, come cammino lento e collettivo verso una meta che non è solo geografica ma interiore, oggi viene trasformato in sfondo. Non più destinazione dello sguardo, ma semplice quinta scenica. Un fondale utile per esserci dentro, anche solo per il tempo di uno scatto.
La cornice, che un tempo serviva a delimitare l’opera, a proteggerla, qui compie un gesto inverso: invita il visitatore a entrarci. O meglio, a entrarci senza davvero attraversarla. Non per comprenderla, ma per usarla. Per appropriarsene in modo rapido, leggero, superficiale.
È un gesto che racconta molto del nostro tempo. Un tempo che fatica a sostare, che rifugge il silenzio, che teme la complessità. Un tempo che privilegia l’apparire al guardare, l’immagine alla lettura, il riflesso di sé alla pazienza dello sguardo lungo. L’arte non viene più incontrata: viene consumata. Non più interrogata, ma piegata a scenografia dell’identità.
Si dirà che è un modo per coinvolgere il pubblico, per renderlo partecipe. Ma partecipe di cosa? Dell’opera o della propria presenza davanti all’opera? Il rischio è evidente: non si entra nel dipinto, lo si usa come specchio. E lo specchio restituisce solo ciò che già siamo, senza offrirci nulla in cambio.
Il pellegrinaggio dipinto da Delleani è fatto di passi lenti, di corpi curvi, di sguardi che non cercano lo spettatore. È un andare che richiede tempo, fatica, forse anche smarrimento. La postazione per il selfie, al contrario, azzera ogni distanza: tutto è immediato, pronto, convertibile in immagine condivisibile. Nessuna salita, nessuna attesa. Solo presenza istantanea.
Viene allora il sospetto che non si tratti di mediazione culturale, ma di resa. Resa a un’ideologia dell’apparenza che ha trovato nei musei un nuovo territorio da colonizzare. Non si chiede più al visitatore di cambiare ritmo, di adeguarsi al tempo dell’opera. È l’opera che si adatta al tempo del visitatore, o meglio, al tempo dei social.
Forse non è un tradimento plateale. È qualcosa di più sottile. È l’accettazione dell’idea che l’arte, da sola, non basti più. Che abbia bisogno di noi davanti, incorniciati, per esistere. E questo, più che coinvolgimento, assomiglia a una sconfitta.
Perché l’arte, quando è davvero tale, non chiede di essere usata. Chiede solo di essere guardata. E, a volte, di metterci a disagio.
Marco Mattiuzzi 2025
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