Il titolo scelto per questa mostra, Rapsodia della risaia, non è soltanto un richiamo a un ciclo pittorico celebre, ma una chiave di lettura per l’intero percorso espositivo. La rapsodia, nella sua origine musicale, è composizione libera, intessuta di frammenti, canti, voci disparate che si ricompongono in un unico respiro. Così accade in queste sale: l’arte di Enzo e Luigi Gazzone si fa coro, polifonia di sguardi, in cui si intrecciano la fatica dei campi, la malinconia dei cortili vercellesi, le ombre della guerra e le visioni dei castelli lontani.
Non si tratta soltanto di una raccolta di quadri, disegni e incisioni. Ogni opera, ogni bozzetto, ogni oggetto esposto è un tassello di un mosaico più ampio, che restituisce voce a un mondo che rischiava di dissolversi nella memoria. Le tele e gli acquerelli di Enzo narrano la dignità del lavoro contadino e la poesia delle stagioni, mentre i disegni del padre Luigi scavano nella fragilità dell’uomo colpito dalla miseria e dal dolore della guerra. Attorno a loro, gli strumenti agricoli e domestici diventano eco silenziosa: zoccoli, falci, carri e stoviglie sono i reperti concreti di quella stessa vita che i due artisti hanno saputo trasfigurare in immagine.
Questa mostra è dunque un atto di restituzione. Restituzione al territorio, che rivede riconosciuta la propria epopea quotidiana; restituzione alla memoria, che non si lascia inghiottire dall’oblio; restituzione alla bellezza, che si cela nei gesti minimi, nei tramonti specchiati nell’acqua delle risaie, nelle mani nodose che stringono una zappa o una penna. Rapsodia della risaia è, in fondo, un invito a fermarsi, ascoltare, guardare: a riconoscere che nell’ordito della vita comune si nasconde la poesia più autentica.
C’è, all’origine di questa storia, la figura di un medico. Luigi Gazzone esercitava la sua professione con la stessa attenzione minuta e partecipe che riservava ai suoi taccuini di disegni. Curare e osservare, guarire e ritrarre: due gesti apparentemente lontani che in lui si incontravano nello sguardo. Non un semplice sguardo clinico, ma uno sguardo umano, capace di cogliere nell’altro la sua fragilità e, al tempo stesso, la sua irriducibile dignità.
Durante la Grande Guerra e nei periodi di servizio in Albania, Luigi riempì fogli di schizzi rapidi e intensi. Non cercava la bellezza accademica, ma la verità di volti e corpi segnati dalla sofferenza. I suoi prigionieri austro-ungarici non hanno nulla dell’eroismo celebrativo: sono uomini spogliati di tutto, ridotti all’ombra di se stessi, eppure ancora vivi, ancora presenti nello scorrere incerto del tempo. Nei suoi bozzetti l’arte non consola, ma testimonia. È cronaca visiva e, insieme, atto di pietà.
Accanto a questi ritratti di dolore, Luigi coltivava una vena ironica e affettuosa: le caricature, gli schizzi umoristici, i piccoli appunti di vita quotidiana. Un sindaco impettito, un suonatore distratto, un passante dal passo sghembo: figure leggere, che sembrano emergere come contrappunto alla gravità dei suoi altri soggetti. In questa oscillazione fra il tragico e il comico, fra la miseria e il sorriso, si rivela la sua sensibilità di artista e di uomo.
Luigi Gazzone non lasciò scuole né manifesti. Non cercò la ribalta, ma la fedeltà al vero. Nei suoi fogli c’è un realismo etico, fatto di tratto rapido e incisivo, capace di andare oltre l’apparenza per restituire l’essenziale. Ed è proprio da questa lezione silenziosa che il figlio Enzo erediterà il coraggio di guardare in faccia la realtà, trasformandola poi in poesia pittorica.
Se Luigi aveva saputo fermare l’attimo con l’urgenza dello sguardo, Enzo, suo figlio, seppe dilatarlo in respiro, in racconto, in visione. Pittore, incisore, acquerellista, Enzo Gazzone attraversò il Novecento con uno stile che seppe coniugare precisione e lirismo, documento e poesia. La sua opera, vasta e multiforme, è un archivio della memoria vercellese e, al tempo stesso, un canto che valica i confini locali.
Nelle sue tele a olio, la risaia si fa teatro epico: non semplice scenario agricolo, ma paesaggio dell’anima. Uomini e donne vi compaiono come figure arcaiche, immerse nell’acqua fino alle ginocchia o piegate sotto il peso di un fascio di riso, avvolte da cieli che bruciano di luce o si tingono di minaccia. È la Rapsodia della risaia, ciclo che dà il titolo a questa mostra e che rappresenta la summa della sua poetica: una sinfonia visiva fatta di stagioni, gesti e silenzi, dove la fatica diventa canto corale e la quotidianità si trasfigura in epopea.
Accanto a questi quadri di forte impatto emotivo, Enzo coltivò un’attenzione minuziosa per la città e i suoi luoghi. Gli acquerelli di Vecchia Vercelli restituiscono scorci urbani, piazze e cortili con un rigore che sfiora la fotografia, ma sempre mitigato da una luce capace di dare vita alle pietre. Non meno intensa è la sua serie di castelli europei, dipinti ad acquerello con una tecnica di straordinaria definizione: torri, bastioni, mura si offrono all’osservatore come reliquie di una memoria architettonica e culturale condivisa.
La sua mano, però, non era soltanto strumento di precisione: nei ritratti e nelle caricature ritroviamo l’eredità paterna, un sorriso sottile, un’ironia benevola che accompagna la sua opera più meditativa. Come Luigi aveva osservato i prigionieri e i compagni con occhi di medico e di uomo, così Enzo seppe osservare i suoi concittadini, i vicini, gli amici, trasformando ogni volto in un frammento di umanità.
In Enzo Gazzone convivono due tensioni: da un lato il bisogno di documentare, di fissare ciò che rischiava di scomparire (la fatica dei campi, i quartieri destinati alla demolizione, i castelli lontani); dall’altro, la capacità di trasfigurare la realtà in visione, di accendere nella tela una poesia che supera il tempo e lo spazio. Per questo la sua opera non appartiene soltanto a Vercelli, ma parla a chiunque sappia riconoscere, dietro le superfici dell’acqua o le facciate di pietra, la dignità silenziosa della vita.
Nessun tema, più della risaia, restituisce l’anima di Enzo Gazzone. La risaia non è solo un campo allagato, non è soltanto fatica, né mera resa agricola: è un palcoscenico di vita collettiva, dove la natura e l’uomo si incontrano in un rito antico. Nei suoi quadri, questo paesaggio acquista un respiro epico.
L’acqua specchia i cieli e moltiplica le luci: al tramonto diventa brace ardente, all’alba un velo lattiginoso, nella notte un abisso rischiarato appena da una lanterna che ondeggia. Dentro questa cornice, le figure umane si stagliano come icone di una liturgia popolare. Le mondine, chine nell’acqua, con i capelli bagnati che incorniciano il volto, paiono sacerdotesse di un rito doloroso e necessario. I contadini, curvi sotto il peso delle fascine, evocano il passo lento di un corteo che non conosce trionfi, ma solo resistenza.
Questa coralità è il cuore della Rapsodia della risaia: un canto collettivo, senza protagonisti, dove l’individuo si dissolve nel gruppo e nel paesaggio. Non c’è eroismo solitario, ma un’epopea anonima e corale, fatta di mani screpolate e schiene piegate. È qui che la pittura di Gazzone supera il documento per farsi mito: mito di un mondo umile che non chiede di essere celebrato, ma ricordato.
La risaia, così dipinta, non appartiene più soltanto al Vercellese: diventa simbolo universale della condizione umana. Tutti, almeno una volta, ci siamo sentiti come quelle figure chine, sospese fra acqua e cielo, fra fatica e speranza. Nel riflesso tremolante della risaia, Enzo ci consegna il riflesso stesso della nostra esistenza.
Accanto ai quadri e ai disegni, la mostra accoglie anche zoccoli di legno, falci, carri, setacci, botti, stoviglie e utensili che un tempo popolavano le cascine. Non sono reliquie inerti, ma presenze silenziose che restituiscono corpo e concretezza a ciò che la pittura di Enzo ha trasfigurato in visione.
Osservando quegli oggetti, si intuisce la durezza della vita nei campi: gli zoccoli che scricchiolavano sul fango, la falce che tagliava il riso con ritmo regolare, i cesti che gravavano sulle spalle, il carro che gemeva sotto il peso della raccolta. Ogni strumento era parte di una catena di gesti che scandivano il tempo delle stagioni, dalla semina al raccolto.
Ma in quei gesti, ripetuti giorno dopo giorno, non c’era solo fatica: vi era anche socialità, scambio di parole, canto corale. Le mondine, piegate nell’acqua, intonavano strofe che intrecciavano ironia e protesta; i contadini, attorno al carro, condividevano il silenzio del lavoro e la breve pausa dell’osteria. Gli oggetti esposti in mostra diventano così chiavi di accesso a un mondo scomparso, a un universo di relazioni e di resistenza quotidiana.
La loro presenza, tra le opere dei Gazzone, crea un dialogo sottile: ciò che Luigi aveva fissato nei volti provati dei prigionieri e che Enzo aveva tradotto nella coralità della risaia, qui trova il suo contrappunto materiale. È come se la mostra, accostando utensili e dipinti, ci invitasse a vedere l’una cosa nell’altra: la zappa dentro la pennellata, la falce nel tratto rapido del disegno, il carro nel riflesso dell’acqua.
In questo intreccio tra arte ed etnografia, la Rapsodia della risaia acquista una dimensione nuova: non solo canto poetico, ma memoria incarnata, fatta di legno consumato, ferro arrugginito, corde e fibre intrecciate. È la memoria di un mondo che non tornerà, ma che ancora ci appartiene.
La mostra Rapsodia della risaia non è soltanto una retrospettiva, né un omaggio celebrativo. È piuttosto un viaggio dentro una doppia eredità: quella di Luigi, il medico che seppe trasformare l’osservazione in testimonianza, e quella di Enzo, il pittore che seppe trasfigurare la realtà in canto visivo. Due generazioni diverse, unite da un filo invisibile che lega lo sguardo alla mano, la cura alla bellezza, la memoria alla poesia.
Nei bozzetti di Luigi riconosciamo la verità cruda dell’uomo spogliato di tutto, eppure ancora capace di resistere. Nelle tele di Enzo riconosciamo la dignità corale di un popolo di contadini e mondine, figure anonime che diventano protagoniste di un’epopea silenziosa. Negli oggetti esposti intorno, riconosciamo l’eco materiale di quei mondi: strumenti semplici, consumati, che raccontano più di mille parole.
Insieme, queste presenze costruiscono un mosaico complesso e armonico. Arte e vita, memoria e lavoro, dolore e sorriso: tutto si intreccia in una rapsodia di voci, colori e segni che appartiene non solo a Vercelli, ma a chiunque sappia ascoltare.
Forse questo è il dono più grande dei Gazzone: averci insegnato che la bellezza non abita nei monumenti solenni né negli eroi celebrati, ma nei gesti quotidiani, negli sguardi stanchi, nei tramonti che si specchiano sull’acqua. Una bellezza umile e segreta, che la loro arte ha saputo custodire e restituire.
In un tempo in cui la memoria del lavoro nei campi sembra lontana, Rapsodia della risaia ci invita a fermarci, a guardare indietro senza nostalgia ma con gratitudine, e a riconoscere che in quella fatica, in quei volti e in quei gesti, si cela ancora oggi una parte essenziale di noi.
Marco Mattiuzzi
——————
BLOG: https://www.estrosfere.it
Opere visive: https://www.invyartgallery.it
Pubblicazioni: https://www.mattiuzzi.net/books
Podcast: https://www.cyberspazio.tv
Pagina Facebook: https://www.facebook.com/MarcoMattiuzziScrittore/






