Alla Madonna dell’Orto, a Venezia, non si entra soltanto in una chiesa. Si entra in un luogo dove la morte, almeno per qualcuno, non ha avuto l’ultima parola.
Lì riposano i resti mortali di Jacopo Robusti, il Tintoretto. Eppure, davanti a quella tomba, viene naturale pensare che certi esseri umani non finiscano davvero nel momento in cui vengono sepolti. Il corpo si arrende, la voce tace, la mano si ferma. Ma ciò che hanno saputo creare continua a guardare il mondo per loro.
Forse è questa la forma più alta di sopravvivenza: non sottrarsi alla morte, ma attraversarla. Lasciare dietro di sé qualcosa che il tempo non riesce a consumare del tutto. Un’opera, un pensiero, una visione, una traccia così intensa da restare viva nella coscienza degli altri.
Davanti alla sepoltura del Tintoretto ho avuto proprio questa impressione: che esistano uomini – nel senso più pieno e antico del termine, esseri umani – capaci di oltrepassare il proprio tempo. Non perché siano immortali, ma perché hanno consegnato una parte di sé a qualcosa che continua a parlare, anche se loro non possono più farlo.
E allora la tomba non è soltanto una fine. Diventa una soglia. Da una parte la polvere, dall’altra la permanenza. Da una parte il silenzio del corpo, dall’altra una presenza che non smette di irradiarsi.
Forse la morte vince sui viventi. Ma non sempre riesce a vincere su ciò che alcuni hanno lasciato.
Marco Mattiuzzi 2026





